Pubblicato il 30 Aprile 2024
Non è riuscito a reggere il peso imposto dalla malvagità di chi avrebbe dovuto amarlo, accudirlo. Ha deciso di farla finita, di non proseguire l’esistenza segnata per sempre dall’orrore vissuto in famiglia, dalle torture subite dai genitori e da una zia.
Quelle rivelate nel 2019, quando riuscì, appena undicenne, a chiedere aiuto ai carabinieri, facendo emergere l’inferno che si celava ad Arzachena, nella provincia di Sassari.
Si è suicidato a 16 anni, quando sembrava che stesse riuscendo a liberarsi da quell’incubo grazie anche alla “zia buona”, così come definiva la sorella della madre alla quale era stato affidato dopo la condanna dei genitori ai quali è stata revocata la potestà, che lo ospitava e che ha fatto la tragica scoperta del suo corpo senza vita.
Lo sfortunato adolescente nel giugno del 2019 riuscì a chiamare i militari con un cellullare senza sim dalla sua camera, dove era stato imprigionato dal padre 47enne e dalla madre 43enne prima che uscissero.
I carabinieri si precipitarono sul posto e lo liberarono, per poi portarlo al sicuro e avviare le indagini, che svelarono quel che il bambino subiva.
Veniva segregato al buio per ore, senza letto e con un secchio per fare i bisogni, picchiato con un tubo di plastica dietro le ginocchia. Gli unici alimenti che gli concedevano erano pane e pasta in bianco.
Ma non basta. L’undicenne era costretto a fare anche 12 docce gelate d’inverno, privato di giochi, di indumenti e veniva costretto a leggere la Bibbia. Il tutto perché, secondo la zia condannata insieme con i genitori, bisognava “correggere” il comportamento del bambino, considerato troppo vivace.

