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Allarme Confcommercio: tra il 2012 e il 2025 chiusi 156mila negozi in Italia

Pubblicato il 12 Marzo 2026

Il commercio urbano cambia volto: crescono affitti brevi e ristorazione. Effetto e-commerce

Secondo un’analisi diffusa da Confcommercio il tessuto commerciale delle città italiane sta subendo una trasformazione profonda. Tra il 2012 e il 2025 sono scomparsi circa 156 mila negozi, segno di un cambiamento strutturale nelle attività economiche presenti nei centri urbani.

Parallelamente si osserva una crescita significativa delle attività legate al turismo, in particolare nel comparto degli alloggi destinati agli affitti brevi e nella ristorazione. Quest’ultima, nel lungo periodo, ha registrato un incremento di circa 19 mila attività, dimostrando come la domanda turistica stia influenzando fortemente la composizione economica delle città.

L’espansione degli affitti brevi e della ristorazione

In numerosi casi l’aumento degli alloggi turistici avviene a discapito delle strutture alberghiere tradizionali. Allo stesso tempo, una parte dei bar sta cambiando classificazione trasformandosi in attività di ristorazione, contribuendo così alla crescita del settore.

Il boom dei B&B nei centri storici

L’analisi prende in considerazione 122 comuni italiani e mostra differenze territoriali significative. Nel Sud Italia emerge una dinamica più vivace, ma anche meno strutturata nello sviluppo delle attività economiche.

Il dato più evidente riguarda i bed & breakfast, che nei centri storici del Mezzogiorno sono quasi quadruplicati dal 2012, con un aumento del 290%, mentre nel Centro-Nord la crescita si ferma al 147%.

Il crollo dei negozi tradizionali

Il fenomeno più marcato resta comunque la riduzione diffusa delle attività commerciali tradizionali, soprattutto nei settori dei beni non alimentari. Le flessioni più pesanti riguardano:

  • Edicole: -51,9%
  • Negozi di abbigliamento e calzature: -36,9%
  • Mobili e ferramenta: -35,9%
  • Librerie e negozi di giocattoli: -32,6%

Anche bar e commercio ambulante sono in diminuzione, segnale di una progressiva contrazione dell’offerta commerciale tradizionale nei centri cittadini.

I settori in crescita

Non tutte le attività, però, registrano un calo. Alcuni comparti mostrano una crescita sostenuta grazie ai servizi e alla domanda turistica. In particolare aumentano:

  • Ristoranti: +35%
  • Rosticcerie, gelaterie e pasticcerie: +14,4%
  • Altre forme di alloggio, tra cui affitti brevi: +184,4%

Crescono, seppur con ritmi più contenuti, anche farmacie (+9,8%) e negozi di informatica e telefonia (+7,9%).

Le città con più chiusure di imprese

Dal punto di vista territoriale, le regioni del Nord registrano le perdite più consistenti di negozi al dettaglio e attività ambulanti, mentre nel Mezzogiorno si osserva una maggiore capacità di tenuta.

Tra i 122 comuni analizzati, quelli che hanno subito le perdite più elevate di imprese sono:

  • Agrigento (-37,5%)
  • Ancona (-35,9%)
  • Belluno (-35,8%)
  • Pesaro e Vercelli (-34,9%)
  • Trieste (-34,1%)
  • Alessandria (-33,7%)
  • Savona (-33,5%)
  • Ascoli Piceno (-33,4%)
  • Gorizia (-33,3%)

Le città che resistono meglio

Al contrario, alcuni centri urbani hanno registrato perdite più contenute nel numero di imprese. Tra quelli con la situazione più stabile figurano:

  • Crotone (-1,8%)
  • Olbia (-10,1%)
  • Latina (-13,8%)
  • Frascati (-13,9%)
  • Cagliari (-14,4%)
  • Cinisello Balsamo (-14,5%)
  • Iglesias (-15,3%)
  • Imperia (-15,7%)
  • Cuneo (-16,3%)
  • Vibo Valentia (-16,5%)

Nel complesso, l’indagine evidenzia come il commercio urbano stia cambiando profondamente, con meno negozi tradizionali e una crescente presenza di attività legate al turismo e ai servizi.

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