Pubblicato il 4 Febbraio 2026
La disparità di reddito non basta più
Nuova svolta in materia di assegno divorzile. Con una recente decisione, la Corte di Cassazione ha ridefinito i presupposti per ottenere il contributo economico dopo il divorzio, superando l’impostazione che negli anni aveva trasformato l’assegno in una sorta di rendita automatica legata alla differenza di reddito tra ex coniugi.
D’ora in avanti la semplice disparità economica non sarà più sufficiente per ottenere l’assegno. Il principio cardine diventa l’autosufficienza economica di chi lo richiede e la prova concreta di eventuali sacrifici compiuti durante il matrimonio.
La sentenza n. 1999 del 29 gennaio 2026
Con la sentenza n. 1999, depositata il 29 gennaio 2026, i giudici hanno stabilito che l’assegno divorzile non è dovuto se il richiedente è economicamente autosufficiente e non dimostra che la propria condizione economica peggiorativa sia collegata a scelte fatte durante il matrimonio per favorire la famiglia.
In assenza di un nesso causale tra matrimonio e svantaggio economico, il contributo può essere negato. Non solo: può essere chiesta anche la restituzione delle somme già percepite.
Il caso riguardava una ex moglie che chiedeva l’assegno evidenziando il forte divario tra il proprio stipendio e quello dell’ex marito. La richiesta è stata respinta perché:
- percepisce circa 20.000 euro annui;
- è proprietaria di un’abitazione;
- non ha provato di aver rinunciato a opportunità lavorative per dedicarsi alla famiglia.
Autosufficienza economica e superamento del “tenore di vita”
La decisione segna un ulteriore distacco dal vecchio criterio del “tenore di vita”, che imponeva di confrontare i redditi dei due ex coniugi per livellarli.
Secondo la Cassazione, il giudice deve verificare soltanto se il coniuge più debole sia in grado di condurre un’esistenza libera e dignitosa con i propri mezzi. Se la risposta è positiva, la differenza di reddito con l’ex partner perde rilevanza.
In altre parole, non si guarda più a quanto guadagna l’altro, ma a quanto basta per vivere autonomamente.
L’onere della prova: il sacrificio va dimostrato
La sentenza chiarisce inoltre che l’assegno divorzile ha funzione perequativo-compensativa: serve a compensare chi ha sacrificato la propria carriera o le proprie opportunità per contribuire alla crescita familiare e professionale dell’altro coniuge.
Tuttavia, questo sacrificio non si presume, ma deve essere dimostrato con elementi concreti: offerte di lavoro rifiutate, dimissioni per seguire il partner, scelta del part-time per occuparsi dei figli, trasferimenti imposti dalle esigenze dell’altro.
Nel caso esaminato, la richiedente non aveva prodotto alcuna prova in tal senso e risultava stabilmente occupata.
Restituzione delle somme: quando scatta
Un passaggio particolarmente rilevante riguarda la restituzione degli importi già versati. La Cassazione ha precisato che, se si accerta che i presupposti per l’assegno non esistevano sin dall’inizio, le somme percepite dopo la sentenza definitiva di divorzio sono da considerarsi indebite e devono essere restituite.
La regola non riguarda l’assegno provvisorio durante la separazione, ma quello definitivo successivo al divorzio.
Chi chiede un aumento senza solide basi rischia quindi non solo di perdere la causa, ma anche di dover restituire quanto incassato.
Una sentenza definita “rivoluzionaria”
Secondo Gian Ettore Gassani, esperto di diritto di famiglia, la decisione rappresenta una svolta: negli ultimi anni la Cassazione ha progressivamente limitato il riconoscimento automatico dell’assegno, evitando che venga attribuito per il solo fatto di essere ex coniuge.
Il principio affermato è chiaro: senza prova di un concreto sacrificio a favore della crescita personale ed economica dell’altro coniuge, il diritto all’assegno viene meno.
Si tratta di un orientamento in linea con molti Paesi europei, dove il contributo economico post-matrimoniale è riconosciuto solo in presenza di condizioni particolari, come l’inabilità al lavoro o situazioni di grave difficoltà.
La pronuncia, di fatto, ribadisce che l’assegno divorzile non è un automatismo, ma uno strumento compensativo che deve trovare giustificazione in fatti concreti e dimostrabili.

