Pubblicato il 29 Febbraio 2024
Insultate e minacciate da un automobilista a cui avevano fatto la multa per aver ignorato un semaforo rosso, due vigilesse della polizia locale di Bari si sarebbero rivolte a un fedelissimo del clan Parisi. E proprio a quell’automobilista, poco dopo, fu rubata la macchina.
È uno degli episodi che emerge dalle carte dell’inchiesta “Codice interno”, che ha svelato i legami tra mafia, politica e imprenditoria di Bari e portato all’arresto di 130 persone, tra cui l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri (in carcere) e sua moglie, la consigliera comunale Maria Carmen Lorusso (ai domiciliari).
La Procura, nel citare l’episodio delle due agenti, ha evidenziato “il comportamento di assoluta riverenza assunto da due vigilesse”, che avrebbero dovuto reagire agli insulti e alle minacce denunciando l’episodio.
Ma, scrive il pm Fabio Buquicchio, “l’autorità da loro riconosciuta è quella criminale mafiosa visto che entrambe si rivolgono” all’ex autista del boss Savinuccio Parisi, Fabio Fiore, “per metterlo al corrente del comportamento penalmente rilevante tenuto dal trasgressore”.
Le due avrebbero chiamato Fiore in almeno cinque occasioni dopo essere state insultate e minacciate dall’automobilista. E poco dopo quella macchina, una vecchia 600, sarebbe stata rubata e poi ritrovata nel giorno stesso della denuncia.
Gli investigatori, si legge nelle carte, “hanno buone ragioni per ritenere che la vecchia utilitaria sia stata rubata per ordine” di Fiore, “come ritorsione al comportamento irriguardoso tenuto dall’uomo nei confronti delle vigilesse”. E se da una parte non vi è prova che “i due pubblici ufficiali abbiano espressamente richiesto il furto della macchina”, dall’altra “è evidente che le due donne, sprezzanti del loro ruolo e prive di senso civico, per vendicare l’episodio si sono avvalse del potere mafioso, certamente immediato, omettendo di redigere l’annotazione di polizia giudiziaria ai propri superiori per l’accaduto”.
L’episodio, pur “spiacevole”, “non giustifica l’operato dei predetti pubblici ufficiali, i quali sono perfettamente consapevoli che un furto commissionato o delle lesioni procurate o altro genere di ritorsione di tipo mafioso sono azioni che non possono avere origini da appartenenti della pubblica amministrazione ed in questo caso da due agenti di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza”.

