Pubblicato il 21 Luglio 2026
La manifestazione nata per chiedere verità e giustizia degenera in violenza
Quella che doveva essere una manifestazione pacifica in ricordo di Abderrahim Fakir si è trasformata in una serata di forte tensione a Bologna. Durante il presidio organizzato il 20 luglio per ricordare il 43enne marocchino morto nel quartiere Pilastro durante un intervento di polizia, si sono verificati momenti di guerriglia urbana che hanno provocato undici feriti.
Una parte dei manifestanti, dopo il presidio iniziale, si è separata dal gruppo principale dando vita a un corteo non autorizzato diretto verso prefettura e questura. Davanti ai palazzi istituzionali la situazione è rapidamente degenerata: alcuni partecipanti hanno lanciato oggetti e bombe carta contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con idranti, lacrimogeni e cariche di contenimento.
I disordini sono proseguiti fino a tarda sera, con un ultimo gruppo di attivisti coinvolto in atti vandalici nel centro cittadino.
La famiglia della vittima prende le distanze dagli episodi violenti
La manifestazione era stata organizzata con l’obiettivo di chiedere chiarimenti sulla morte di Fakir e ricordare la sua figura. Durante il presidio, la nipote Yossra Fakir ha voluto sottolineare il lato umano della vicenda, ricordando lo zio come una persona amata e non come un semplice caso di cronaca.
“Non era un numero, non era una notizia, non era un caso di cronaca: era una persona amata”, ha dichiarato, ribadendo che la richiesta della famiglia è quella di “verità, giustizia e dignità” e non di odio o vendetta.
Dopo gli scontri, però, i familiari hanno deciso di dissociarsi dagli episodi di violenza. Attraverso il loro legale, hanno condannato i comportamenti di chi ha trasformato la protesta in un momento di tensione e disordini.
L’avvocato Fabio Anselmo, che assiste la famiglia, ha definito gli atti violenti una strumentalizzazione della vicenda, sottolineando che i familiari avevano più volte chiesto calma, rispetto ed educazione.
Gli scontri davanti a prefettura e questura
La situazione è precipitata quando un gruppo di antagonisti si è allontanato dal presidio principale per dirigersi verso i luoghi istituzionali della città.
Qui sono iniziati gli scontri tra manifestanti e polizia: secondo quanto ricostruito, ci sarebbero stati lanci di oggetti, bombe carta, insulti e aggressioni fisiche contro gli agenti.
Le forze dell’ordine hanno prima cercato di contenere il gruppo con scudi e manganelli, per poi utilizzare lacrimogeni e mezzi ad acqua per disperdere i partecipanti.
La polemica sul cosiddetto “scudo penale” per gli agenti
Alla base delle proteste c’è anche la decisione della Procura di Bologna di applicare una nuova norma che prevede l’iscrizione degli agenti coinvolti in un procedimento in un registro separato, senza una formale iscrizione nel registro degli indagati.
La scelta ha alimentato il dibattito politico e le critiche di alcuni manifestanti, che hanno parlato di un possibile “scudo penale” per le forze dell’ordine.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha però respinto questa interpretazione, spiegando che non si tratterebbe di una protezione speciale per gli agenti, ma della corretta applicazione di una disposizione prevista dalla legge.
Il titolare del Viminale ha definito la vicenda una “grande tragedia”, esprimendo cordoglio alla famiglia e invitando a mantenere fiducia nel lavoro della magistratura.
Secondo Piantedosi, assumere posizioni pregiudiziali contro la polizia significherebbe mettere in discussione anche il ruolo delle istituzioni giudiziarie.
Il caso diventa terreno di scontro politico
Gli eventi di Bologna hanno acceso anche il confronto politico. Il vicepremier Matteo Salvini ha condannato gli scontri definendoli episodi di violenza contro le forze dell’ordine.
In un intervento sui social, Salvini ha accusato una parte della sinistra di alimentare ostilità verso chi indossa una divisa e ha annunciato la sua intenzione di recarsi a Bologna per esprimere solidarietà agli agenti della Polizia di Stato coinvolti negli scontri.
La vicenda resta ora al centro dell’attenzione sia per gli aspetti giudiziari legati alla morte di Abderrahim Fakir, sia per le conseguenze politiche e sociali degli episodi di violenza avvenuti durante la protesta.

