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Alessia Pifferi

Caso Pifferi, la Cassazione chiede un nuovo processo: si riapre il caso della piccola Diana

Pubblicato il 25 Giugno 2026

La richiesta della Procura generale: possibile appello bis

La Procura generale della Cassazione ha chiesto l’apertura di un nuovo processo d’appello per Alessia Pifferi, condannata per l’omicidio aggravato della figlia Diana, la bambina di 18 mesi morta dopo essere stata lasciata sola per giorni.

Secondo l’accusa, la piccola sarebbe stata abbandonata tra il 14 e il 20 luglio 2022, fino a morire nella propria culla per disidratazione e mancanza di cibo.

La richiesta della Procura punta a mettere in discussione la sentenza d’appello che aveva ridotto la pena a 24 anni di reclusione, annullando l’ergastolo stabilito in primo grado.

Le contestazioni: attenuanti al centro del nuovo scontro giudiziario

Nel ricorso presentato in Cassazione, l’accusa chiede che vengano eliminate le attenuanti generiche concesse in appello, ritenute non supportate da elementi sufficienti.

Secondo il procuratore generale Valentina Manuali, la motivazione della sentenza sarebbe debole:
“La bambina è morta perché privata per giorni di acqua e cibo”, ha ribadito, sottolineando la gravità dei fatti.

Dal primo grado all’appello: due decisioni opposte

In primo grado, Alessia Pifferi era stata condannata all’ergastolo, riconosciuta pienamente capace di intendere e di volere e ritenuta responsabile di omicidio volontario aggravato.

Successivamente, la Corte d’appello aveva ridotto la pena a 24 anni, escludendo l’aggravante dei futili motivi e riconoscendo le attenuanti generiche.

Le valutazioni della Cassazione e il possibile nuovo processo

Ora il caso arriva davanti alla Corte di Cassazione, che dovrà valutare la richiesta della Procura generale di annullare la sentenza d’appello.

L’ipotesi avanzata è quella di un rinvio a un nuovo processo di secondo grado, in cui verrebbero riesaminate le circostanze attenuanti e il quadro complessivo della responsabilità.

Secondo l’accusa, eventuali elementi di disagio psichico della donna non avrebbero inciso in modo significativo sulla sua capacità di intendere e di volere, punto centrale del dibattito giudiziario.

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