Pubblicato il 11 Febbraio 2026
Accuse pesanti: atti persecutori, calunnia e istigazione
La polizia, su delega della Procura Distrettuale di Messina, ha eseguito oggi un provvedimento cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di un uomo di 50 anni residente in provincia di Frosinone.
L’indagato è accusato di atti persecutori aggravati dall’uso di strumenti telematici, calunnia e istigazione a delinquere, reati che sarebbero stati commessi ai danni di diversi magistrati del distretto giudiziario di Catania. La misura cautelare prevede inoltre il controllo tramite braccialetto elettronico.
Le indagini e il quadro indiziario
Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Messina su richiesta della Procura, sulla base di un grave compendio indiziario raccolto nel corso delle indagini.
Gli accertamenti sono stati condotti dalla sezione operativa per la sicurezza cibernetica di Messina, coordinata dal centro operativo per la sicurezza cibernetica di Catania, con il supporto della sezione operativa e della squadra mobile di Frosinone.
Minacce via social e messaggi intimidatori
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, a partire da dicembre 2024 e con cadenza continuativa, l’uomo avrebbe diffuso attraverso social network e gruppi di messaggistica accuse infondate nei confronti dei magistrati, coinvolti in un procedimento a suo carico per diffamazione aggravata.
Nei contenuti pubblicati – tra post, messaggi e video – sarebbero comparse minacce esplicite e frasi intimidatorie, con espressioni come: “io vi levo di mezzo… vi ammazzo… vi giuro che vi ammazzo”.
Le condotte contestate avrebbero provocato un forte stato di allarme, tanto da spingere alcuni magistrati a modificare le proprie abitudini di vita e a rendere necessaria l’adozione di misure di sicurezza straordinarie presso il Tribunale di Catania.
Il presunto coinvolgimento di sostenitori
Gli inquirenti ipotizzano inoltre che il 50enne abbia agito in concorso con alcuni sostenitori, appartenenti a una sedicente associazione da lui fondata, che sarebbero stati sollecitati a condividere e rilanciare online i contenuti diffamatori, amplificandone la diffusione e l’impatto mediatico.
L’indagine prosegue per chiarire eventuali ulteriori responsabilità e verificare il ruolo di altri soggetti coinvolti.

