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Chiuso lo Stretto di Hormuz: cresce la tensione su una delle rotte energetiche più importanti del mondo

Pubblicato il 5 Marzo 2026

Il blocco deciso dai Pasdaran

I Pasdaran iraniani hanno disposto la chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio globale di energia. Questa rotta è da sempre uno dei principali strumenti di pressione geopolitica utilizzati da Teheran, soprattutto nei momenti di maggiore tensione internazionale.

Nel corso degli anni, l’Iran ha più volte minacciato di interrompere il traffico nello stretto, consapevole del peso che questa via di transito ha per l’economia mondiale.

Un passaggio vitale per petrolio e gas

Lo Stretto di Hormuz rappresenta un corridoio fondamentale che collega il Golfo Persico ai mercati energetici di Asia, Europa e Nord America. Non a caso l’Energy Information Administration statunitense lo considera “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.

Attraverso questo passaggio marittimo transita circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, pari a circa 20 milioni di barili al giorno.

Anche per quanto riguarda il gas naturale liquefatto il suo ruolo è cruciale: nel 2024 circa il 20% del commercio mondiale di GNL è passato proprio dallo Stretto di Hormuz, soprattutto grazie alle esportazioni del Qatar.

La maggior parte delle forniture energetiche che attraversano questa rotta è diretta verso i mercati asiatici, che assorbono oltre l’80% del petrolio e del gas trasportati attraverso lo stretto.

I Paesi più esposti alle conseguenze del blocco

Una chiusura prolungata dello stretto potrebbe avere effetti pesanti sull’economia globale. Tra i Paesi più colpiti ci sarebbero non solo gli Stati Uniti, ma soprattutto la Cina, principale acquirente delle esportazioni energetiche iraniane.

Tuttavia, anche l’Iran stesso subirebbe gravi conseguenze da un blocco totale di Hormuz, poiché lo stretto rappresenta una via essenziale per le proprie esportazioni. Per questo motivo molti analisti hanno definito un eventuale blocco prolungato come una sorta di “suicidio economico” per Teheran.

Decenni di minacce sul controllo dello stretto

Le minacce di chiusura non sono una novità. Dal 1979 a oggi l’Iran ha ventilato l’ipotesi di bloccare lo Stretto di Hormuz in circa venti occasioni.

Le prime tensioni risalgono agli anni della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), ma gli episodi più frequenti si sono verificati dopo la crisi economica globale del 2008, con un picco di tensione registrato tra il 2018 e il 2022.

In quel periodo, Teheran e gruppi alleati attivi in Iraq e Yemen hanno colpito interessi petroliferi occidentali, inclusi impianti e navi nelle acque vicine agli Emirati Arabi Uniti e al largo di Abu Dhabi.

Le rotte alternative e i loro limiti

Proprio per ridurre la dipendenza da questa via strategica, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato negli anni rotte alternative via terra.

Nel caso saudita, oleodotti attraversano il Paese dal Golfo Persico fino al Mar Rosso, consentendo di evitare il passaggio nello stretto. Gli Emirati, invece, dispongono di infrastrutture che permettono di trasportare il petrolio direttamente verso l’Oceano Indiano, bypassando Hormuz.

Tuttavia queste soluzioni non sono sufficienti a sostituire completamente il traffico marittimo: la capacità complessiva delle rotte alternative è stimata in circa 2,6 milioni di barili al giorno, una quantità molto inferiore rispetto ai volumi che normalmente transitano attraverso lo stretto.

Immagine di repertorio.

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