Pubblicato il 1 Luglio 2026
La cittadinanza per nascita resta garantita dalla Costituzione
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il tentativo del presidente Donald Trump di eliminare lo ius soli attraverso un decreto esecutivo, confermando che chi nasce sul territorio americano continua ad acquisire automaticamente la cittadinanza, come previsto dal 14° Emendamento della Costituzione.
Si tratta di una decisione che rappresenta una significativa battuta d’arresto per la politica sull’immigrazione promossa dall’amministrazione Trump, da tempo impegnata a limitare l’accesso alla cittadinanza per i figli di immigrati irregolari o di persone presenti negli Stati Uniti con visti temporanei.
Trump attacca la sentenza e rilancia la battaglia politica
Il presidente non ha nascosto la propria delusione e, attraverso il social Truth, ha definito lo ius soli “un male per il Paese”, sostenendo che il sistema favorisca pratiche ritenute ingiuste e costose.
Trump ha quindi invitato il Congresso, a maggioranza repubblicana, ad approvare una legge che abolisca il diritto alla cittadinanza per nascita, affermando che, a suo giudizio, non sarebbe necessario modificare la Costituzione.
Nonostante l’appello del presidente, appare difficile che il Congresso affronti un tema così divisivo a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. Inoltre, una parte del Partito Repubblicano continua a sostenere il principio dello ius soli e i sondaggi indicano che la maggioranza degli americani è favorevole al mantenimento dell’attuale sistema.
La Corte richiama il valore del 14° Emendamento
Nel leggere la decisione, il presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha ribadito che il 14° Emendamento, approvato nel 1868, garantisce la cittadinanza a chi nasce negli Stati Uniti.
Secondo Roberts, la cittadinanza rappresenta il diritto fondamentale a partecipare pienamente alla vita democratica del Paese, un principio che la Corte ha ritenuto ancora pienamente valido.
La sentenza è stata adottata con una maggioranza risicata e ha evidenziato alcune divisioni anche tra i giudici conservatori.
Divisioni tra i giudici conservatori
La decisione ha registrato una spaccatura all’interno della componente conservatrice della Corte Suprema.
Amy Coney Barrett, nominata proprio da Trump durante il suo primo mandato, si è schierata con i giudici di orientamento progressista nel ritenere incostituzionale il decreto presidenziale.
Diversa la posizione di Brett Kavanaugh, che ha espresso un orientamento differente su alcuni aspetti giuridici della vicenda, mentre Samuel Alito, Clarence Thomas e Neil Gorsuch hanno votato contro la decisione della maggioranza.
Alito ha definito la sentenza “un grave errore”, sostenendo che l’attuale interpretazione del 14° Emendamento favorisca anche il cosiddetto “turismo della nascita”, una teoria più volte richiamata dall’area politica vicina a Trump.
Vittoria di Trump sul fronte dello sport femminile
Se sullo ius soli il presidente incassa una sconfitta, arriva invece una vittoria su un altro tema centrale della sua agenda politica.
La Corte Suprema ha confermato la possibilità di vietare alle atlete transgender la partecipazione alle competizioni sportive femminili, una decisione salutata con favore dalla Casa Bianca e considerata uno dei principali successi dell’amministrazione nella battaglia contro le politiche legate alla cosiddetta cultura “woke”.
Per la Casa Bianca la partita non è finita
Nonostante la bocciatura del decreto, l’amministrazione Trump non intende abbandonare il progetto di limitare lo ius soli.
Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che “la battaglia è tutt’altro che conclusa”, spiegando che la Casa Bianca sta valutando nuove strategie legislative e giudiziarie per modificare l’attuale normativa sulla cittadinanza.
Vance ha definito la pronuncia della Corte Suprema “molto deludente”, sostenendo che in futuro eventuali cambiamenti nella composizione dell’Alta Corte potrebbero riaprire il dibattito.
Per il momento, tuttavia, la sentenza conferma che la cittadinanza automatica per chi nasce negli Stati Uniti resta pienamente in vigore, segnando una delle più importanti sconfitte giudiziarie dell’amministrazione Trump sul fronte delle politiche migratorie.

