Pubblicato il 10 Marzo 2026
Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo, è diventato il centro di una crisi che rischia di avere ripercussioni sull’intera economia globale. Attualmente circa 1.100 navi mercantili sono bloccate nel Golfo Persico, impossibilitate a transitare oppure in attesa di garanzie di sicurezza che, per il momento, non sono state fornite.
Questa situazione non rappresenta soltanto un problema logistico per il traffico marittimo, ma una minaccia diretta alla stabilità dei mercati energetici mondiali, da cui dipendono numerosi Paesi importatori di petrolio e gas.
Un passaggio chiave per l’energia mondiale
Per comprendere l’impatto della crisi è necessario osservare il peso strategico dello Stretto di Hormuz nei flussi energetici globali. Si tratta infatti di uno dei principali punti di transito per il commercio internazionale di petrolio e gas.
Secondo i dati della Confederazione Italiana Armatori, attraverso questo stretto passa normalmente:
- circa il 38% delle esportazioni mondiali di petrolio trasportato via mare
- circa il 20% dell’offerta globale di greggio
- oltre il 30% del commercio marittimo di GPL
- circa il 20% di quello di GNL
Questi numeri significano milioni di barili di petrolio e enormi quantità di gas naturale che ogni giorno alimentano industrie, centrali elettriche e sistemi energetici in tutto il mondo.
Negli ultimi giorni, tuttavia, la situazione è drasticamente cambiata: il traffico commerciale nello stretto si è ridotto di oltre il 90%, con molte navi ferme all’ancora o costrette a cambiare rotta verso porti ritenuti più sicuri.
Il rischio per i mercati energetici globali
Il blocco del traffico nello Stretto di Hormuz rappresenta una potenziale crisi energetica globale. I principali esportatori del Golfo – tra cui Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – dipendono quasi totalmente da questa rotta per spedire petrolio e gas verso Europa e Asia.
Se il blocco dovesse prolungarsi, i mercati energetici potrebbero affrontare forti aumenti dei prezzi, con conseguenze immediate su inflazione, costi industriali e stabilità economica di molti Paesi importatori.
Le navi normalmente attraversano queste acque con una frequenza quasi continua. Oggi invece centinaia di imbarcazioni restano in attesa di istruzioni operative in un clima di totale incertezza.
L’impatto diretto sull’Italia
La crisi non riguarda soltanto i mercati internazionali, ma ha implicazioni dirette anche per l’Italia. Negli ultimi anni il Paese ha rafforzato i rapporti energetici con gli Stati del Golfo per diversificare le forniture dopo la riduzione delle importazioni di gas russo.
Nel 2025 l’Italia ha importato dai Paesi del Golfo Persico circa 14,3 milioni di tonnellate di prodotti energetici, pari a oltre il 13% delle importazioni energetiche complessive nazionali.
Poiché queste forniture arrivano quasi esclusivamente via mare, il blocco delle navi nel Golfo rischia di interrompere una parte significativa delle catene di approvvigionamento che alimentano raffinerie e centrali elettriche italiane.
In assenza di una rotta sicura attraverso Hormuz, l’Italia potrebbe essere costretta a:
- ricorrere a rotte alternative molto più costose
- acquistare energia sui mercati spot a prezzi elevati
- sostenere costi di trasporto e assicurazione molto più alti
La sicurezza dei marittimi al centro della crisi
Dietro ai numeri e ai carichi energetici esiste anche una dimensione umana spesso poco visibile. Le 1.100 navi bloccate ospitano migliaia di marittimi di diverse nazionalità, che si trovano improvvisamente in una delle aree più sensibili del pianeta.
Gli equipaggi devono affrontare rischi concreti legati a possibili attacchi, mine navali o droni, in un contesto di forte tensione militare.
Per questo motivo le organizzazioni del settore marittimo sottolineano che la priorità assoluta deve restare la sicurezza delle persone che lavorano a bordo delle navi, spesso costrette a operare in condizioni di grande incertezza.
Un eventuale prolungamento della crisi potrebbe inoltre portare molti marittimi a rifiutare le rotte più pericolose, aggravando ulteriormente la paralisi del traffico commerciale.
Diplomazia e deterrenza: il ruolo della comunità internazionale
La situazione nello Stretto di Hormuz viene monitorata costantemente dalle autorità civili e militari, mentre la diplomazia internazionale cerca di evitare un’escalation.
L’obiettivo principale è garantire la libertà di navigazione in uno dei corridoi marittimi più importanti del pianeta, in un’area dove si confrontano interessi geopolitici estremamente delicati.
Senza un intervento coordinato della comunità internazionale, il blocco dello stretto potrebbe trasformarsi in uno dei più grandi shock economici del decennio, con ripercussioni su inflazione, produzione industriale e commercio globale.
Il nodo delle assicurazioni e dei rischi di guerra
Un ulteriore elemento che contribuisce allo stallo riguarda il settore assicurativo. Dal 5 marzo 2026, diversi gruppi assicurativi internazionali hanno sospeso le coperture contro i rischi di guerra nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.
Senza queste polizze, le navi non possono operare normalmente nel commercio internazionale, perché nessun porto accetta imbarcazioni prive di copertura assicurativa adeguata.
Il risultato è una situazione paradossale: anche se il passaggio fosse teoricamente possibile, molte navi non potrebbero comunque muoversi senza garanzie finanziarie e assicurative.
Una crisi ancora aperta
La crisi nello Stretto di Hormuz resta in continua evoluzione. Ogni ora di blocco aumenta i costi di assicurazione, trasporto e approvvigionamento energetico, con effetti che rischiano di propagarsi rapidamente ai mercati globali.
In sostanza, la situazione attuale può essere riassunta in modo semplice: il passaggio potrebbe essere teoricamente aperto, ma la sicurezza non è garantita. E senza sicurezza, il commercio mondiale resta fermo.

