Pubblicato il 15 Ottobre 2026
Quante volte, davanti a uno scaffale, ci siamo chiesti da dove arriva un prodotto, come è stato realizzato e quanto siano attendibili le informazioni sulla confezione? In futuro, rispondere potrebbe essere più semplice: basterà inquadrare un QR code con lo smartphone per accedere ai dati disponibili, dalla provenienza delle materie prime alle certificazioni, fino alle indicazioni per la manutenzione e il riciclo.
È questa una delle opportunità offerte dal Digital Product Passport (DPP), il passaporto digitale previsto dal quadro normativo europeo sull’economia circolare, che sarà introdotto progressivamente in diversi settori, secondo requisiti e tempistiche specifici.
«Il packaging del futuro avrà una doppia dimensione», ha spiegato l’Avv. Massimiliano Albanese, Segretario federale di UCI – Unione Consumatori Italiani. «Una dimensione fisica e una digitale. La confezione continuerà a contenere e proteggere il prodotto, ma attraverso un semplice codice potrà diventare una porta di accesso alla sua storia ed alla sua identità. Un’innovazione di straordinaria portata, che può generare un approccio completamente nuovo alle scelte di consumo, molto più consapevole».
L’UCI ha partecipato, a Milano, all’evento “Oltre il brand”, durante il quale è stata presentata una nuova soluzione tecnologica sviluppata da Antares Vision Group e Genuine Way, denominata DEOPP, pensata per rendere questi strumenti più accessibili anche alle piccole e medie imprese.
«Il passaporto digitale deve quindi riuscire a diventare la vera carta d’identità del prodotto», ha dichiarato Albanese. «La tecnologia ha valore quando riduce l’asimmetria informativa tra chi vende e chi compra».
Per l’associazione, la questione non è soltanto tecnologica o normativa, ma riguarda il diritto dei consumatori a ricevere informazioni utili per valutare ciò che acquistano.
Dalle promesse ai dati verificabili.
«In un mercato in cui parole come “green” e “sostenibile” sono sempre più diffuse», ha sottolineato Albanese, «distinguere le dichiarazioni commerciali dai fatti è fondamentale. Un dato, da solo, non significa trasparenza: è utile quando è verificabile, attendibile, aggiornato e soprattutto comprensibile. Il consumatore spesso non dispone degli strumenti per distinguere una dichiarazione fondata da una dichiarazione semplicemente efficace dal punto di vista della comunicazione: è proprio questa asimmetria informativa ad originare il fenomeno del greenwashing».
Il passaporto digitale può aiutare a rendere più accessibili le informazioni sui prodotti, favorendo scelte consapevoli e un rapporto più equilibrato tra imprese e cittadini.
«Uno strumento che potrà contribuire a costruire un mercato nel quale non vince chi comunica meglio ciò che è o, peggio, ciò che vuol far credere di essere» ha proseguito il Segretario federale UCI, «ma chi è realmente in grado di dimostrarlo. La sua efficacia», ha avvertito però Albanese, «dipenderà soprattutto dalla qualità dei dati e dalla capacità di presentarli in modo semplice, senza costringere il consumatore a districarsi tra informazioni complesse».
Il consumatore al centro dell’innovazione.
Per UCI, il valore di queste tecnologie si misura nella loro utilità concreta per chi acquista.
«Se il passaporto digitale serve soltanto a dimostrare che un’impresa è compliant, ovvero che rispetta le leggi e i regolamenti, abbiamo risolto un problema dell’impresa. Se invece permette al consumatore di sapere, confrontare e scegliere, allora abbiamo risolto un problema del mercato», ha affermato Albanese.
La sfida è trasformare i dati in uno strumento di conoscenza accessibile a tutti, evitando che la digitalizzazione diventi una barriera per chi ha meno familiarità con la tecnologia.
«Il passaporto digitale non deve essere il passaporto del produttore. Deve diventare il passaporto del prodotto agli occhi del consumatore», ha concluso Albanese. «Il vero valore sarà nella quantità di consapevolezza che riuscirà a restituire a chi quel prodotto lo acquista».

