Pubblicato il 18 Gennaio 2026
Le parole della premier dopo l’annuncio di Trump
L’annuncio dell’aumento dei dazi statunitensi verso i Paesi impegnati militarmente in Groenlandia trova la netta contrarietà di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, intervenendo a Seul durante l’ultima tappa della sua missione in Oriente, ha definito il provvedimento “un errore” e ha chiarito di non condividere la decisione presa dall’amministrazione americana.
I nuovi dazi annunciati dalla Casa Bianca
Secondo quanto comunicato dalla Casa Bianca, dal 1° febbraio 2026 scatterà una tariffa del 10% su tutte le merci dirette negli Stati Uniti provenienti dai Paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia. Tra questi figurano Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia.
Il piano prevede inoltre che dal 1° giugno 2026 i dazi salgano al 25%, con una possibile revoca solo nel caso in cui Washington riesca a concludere un accordo per l’acquisto dell’isola.
I contatti diplomatici di Meloni
Meloni ha spiegato di aver già avuto un colloquio diretto con il presidente Donald Trump e con il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Nel corso della giornata, ha aggiunto, si confronterà anche con i leader europei per coordinare una risposta comune.
Secondo la premier, in questa fase è fondamentale mantenere aperto il dialogo ed evitare qualsiasi forma di escalation, lavorando insieme su soluzioni condivise e utili a tutte le parti coinvolte.
La Groenlandia e il ruolo strategico della Nato
Pur criticando l’aumento dei dazi, Meloni ha riconosciuto come legittima l’attenzione degli Stati Uniti verso la Groenlandia e l’Artico, un’area considerata altamente strategica. Tuttavia, ha ribadito che la gestione della sicurezza deve passare attraverso la Nato, che rappresenta il contesto più adatto per organizzare strumenti di deterrenza contro possibili ingerenze ostili.
Proprio per questo, ha concluso, imporre nuove sanzioni economiche mentre l’Alleanza Atlantica ha già avviato un lavoro comune sulla regione appare una scelta sbagliata, che rischia di indebolire la cooperazione internazionale invece di rafforzarla.

