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Cassazione

I centri per migranti in Albania faticano a decollare: il governo punta sui nuovi “return hubs” europei

Pubblicato il 9 Dicembre 2025

Due anni di attesa e risultati inferiori alle aspettative

Il governo Meloni ha sempre presentato i centri in Albania come un modello innovativo per la gestione dei flussi migratori. Tuttavia, a oltre due anni dalla firma dell’intesa con il premier albanese Edi Rama, le strutture di Shëngjin e Gjader non hanno ancora raggiunto la piena operatività. I migranti effettivamente ospitati sono stati molto meno del previsto, mentre l’Italia ha già sostenuto costi considerevoli.

Nelle ultime ore, però, un nuovo segnale arriva da Bruxelles: il Consiglio europeo ha approvato un accordo che definisce i criteri sui “paesi sicuri” per i rimpatri, un testo che ora dovrà essere negoziato con il Parlamento europeo. All’interno del governo italiano c’è chi vede in questa novità una possibile spinta per rilanciare il progetto albanese.

La novità dei “return hubs” e l’entusiasmo del centrodestra

Il nuovo regolamento europeo sul concetto di Paese terzo sicuro contiene un passaggio particolarmente importante: la possibilità per gli Stati membri di creare “return hubs” nei Paesi extra-Ue. Un riferimento che, secondo il centrodestra, apre le porte alla riattivazione dei centri in Albania, dopo i continui stop causati anche da pronunce della magistratura italiana che avevano messo in dubbio alcuni aspetti fondamentali dell’accordo Meloni–Rama.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che le strutture albanesi sono ora candidate a svolgere “tutte le funzioni per cui erano state progettate”, diventando il primo esempio concreto di return hub in Europa.

Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso ottimismo, sostenendo che la normativa europea porterà “certezze definitive” sul funzionamento dei centri, eliminando le incertezze giuridiche che avevano bloccato l’operatività.

Cosa accadrà ai centri di Shëngjin e Gjader

Nonostante l’entusiasmo del governo, la strada non è ancora in discesa. Il regolamento europeo dovrà prima essere approvato dal Parlamento europeo e non ha ottenuto l’unanimità in Consiglio: Spagna, Grecia, Francia e Portogallo hanno votato contro il testo.

Inoltre, i nuovi “return hubs” descritti dalle norme europee sono pensati per accogliere migranti irregolari già presenti sul territorio europeo, non persone sottoposte a procedure accelerate di frontiera, come vorrebbe l’esecutivo italiano. Ciò significa che i centri albanesi dovranno adeguarsi a regole specifiche e non è affatto garantita una riattivazione immediata.

Resta poi un nodo delicato: secondo la Convenzione di Ginevra, ogni Paese firmatario ha l’obbligo di esaminare le richieste d’asilo sul proprio territorio. Delegare l’intera procedura ai Paesi terzi – anche se considerati sicuri – potrebbe generare nuovi contenziosi giuridici, mettendo ancora una volta in discussione il modello Albania.

Il futuro dei due centri, dunque, dipenderà sia dalle prossime scelte europee sia dalla capacità dell’Italia di adattare il progetto alle regole internazionali e comunitarie.

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