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Iran, proteste e tensioni con gli Usa: la crisi entra in una fase decisiva

Pubblicato il 2 Gennaio 2026

La risposta di Teheran alle parole di Trump

La crisi iraniana si inasprisce e assume una nuova dimensione internazionale. Dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che ha evocato un possibile intervento degli Stati Uniti a sostegno dei manifestanti, Teheran ha tracciato una linea rossa: ogni ingerenza esterna sarà seguita da una reazione.
Il messaggio è arrivato da Ali Shamkhani, consigliere della Guida suprema Ali Khamenei, mentre Ali Larijani ha avvertito che un intervento americano “destabilizzerebbe l’intera regione”.

Il crollo del rial e la miccia economica

Alla base dello scontro diplomatico c’è un drammatico peggioramento della situazione economica. L’ultimo tracollo del rial, sceso a circa 1,5 milioni per dollaro contro i 250mila del 2021, ha scatenato una nuova ondata di proteste.
Si tratta delle prime manifestazioni dopo la guerra con Israele dello scorso giugno e dopo le rivolte del 2022 del movimento Donna, Vita, Libertà.

I bazaari aprono la protesta

A dare il via alle mobilitazioni sono stati i bazaari, storicamente vicini all’area conservatrice. Per molti commercianti, soprattutto nel settore di telefoni ed elettronica importata, l’attuale svalutazione rende impossibile continuare l’attività.
Negozi chiusi e marce nel centro di Teheran hanno segnato l’inizio delle proteste.

Dalle strade alle università

Nel giro di pochi giorni la protesta si è estesa ad altre città come Hamedan, Isfahan e Lorestan, raggiungendo anche le università.
Alle richieste economiche si sono affiancate rivendicazioni politiche radicali. Nei cortei si sentono slogan come “morte al dittatore” e “né Gaza né Libano, do la mia vita per l’Iran”, contro il sostegno del governo a milizie regionali.

Secondo i media locali, ci sarebbero già vittime negli scontri nell’ovest del Paese. A Teheran, l’agenzia Tasnim parla di circa 30 arresti per disturbo dell’ordine pubblico, mentre le proteste hanno coinvolto almeno 15 città.

Le mosse del presidente Pezeshkian

Il presidente Masoud Pezeshkian, eletto con la promessa di riforme e maggiore apertura, è chiamato a gestire una crisi multipla: collasso del sistema idrico, problemi energetici, corruzione e sanzioni internazionali.

In una mossa inedita, Pezeshkian ha incontrato i rappresentanti dei manifestanti, ha autorizzato una copertura parziale delle proteste sulla tv pubblica e ha rimosso Mohammadreza Farzin, impopolare governatore della banca centrale. Segnali di apertura che però non sembrano sufficienti a risolvere le cause profonde della crisi.

Il vero nodo del potere

Il limite dell’azione presidenziale resta strutturale. Pezeshkian non controlla gli apparati di sicurezza né le decisioni strategiche su politica estera e difesa. Su questi dossier, l’ultima parola spetta sempre alla Guida suprema Khamenei, oggi 86enne.

Tra protesta interna e rischio geopolitico

Con le piazze in fermento e una rabbia sociale crescente, lo scontro verbale con Washington alza ulteriormente la tensione. Da una parte Trump promette sostegno ai manifestanti, dall’altra Teheran ribadisce che la sicurezza nazionale non è negoziabile.
L’Iran appare così stretto tra una crisi economica che impoverisce la popolazione e un sistema politico rigido, dove le riforme faticano a trovare spazio.

Le pressioni delle minoranze etniche

In questo quadro si inseriscono anche le rivendicazioni delle minoranze etniche, dai curdi ai beluci, da tempo marginalizzate e spesso oggetto di dure repressioni. Un ulteriore fattore di instabilità che rende l’equilibrio del Paese sempre più fragile.

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