Pubblicato il 21 Giugno 2026
Una scoperta tra Slovenia e Italia che riscrive la paleontologia
Un leone delle caverne vissuto tra 160.000 e 190.000 anni fa è riuscito a sopravvivere a una grave frattura dell’omero, lasciando una delle più antiche tracce conosciute di guarigione ossea nei reperti fossili.
Il fossile proviene dalla Grotta di Kanegra, in Slovenia, ed è oggi conservato presso il Museo Giovanni Capellini dell’Università di Bologna. Nonostante fosse noto da tempo, solo recentemente è stato analizzato in modo approfondito grazie a nuove tecnologie diagnostiche.
L’analisi scientifica e la ricostruzione del trauma
Lo studio, guidato da ricercatori della Università di Padova, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Quaternary International.
Secondo i ricercatori, i resti di leoni delle caverne con patologie evidenti sono estremamente rari. Le analisi precedenti si basavano su pochi campioni, spesso provenienti da grotte tedesche, rendendo questo reperto particolarmente prezioso.
Attraverso scansioni TAC ad alta risoluzione, gli studiosi hanno osservato l’interno della frattura, rilevando un processo di guarigione avanzato: il tessuto osseo spugnoso si è ricostruito e rimodellato, permettendo all’animale di mantenere in parte la funzionalità dell’arto.
Le conseguenze della lesione sull’animale
La guarigione, però, non è stata completa. L’osso si è saldato in modo non perfettamente allineato, risultando più corto rispetto a quello di un individuo sano. In compenso, si è verificato un sviluppo compensatorio dell’articolazione della spalla, utile a mantenere la mobilità.
Secondo gli studiosi, il leone avrebbe affrontato un periodo estremamente difficile dopo il trauma, probabilmente isolandosi per settimane, senza cacciare e sopravvivendo in condizioni critiche, esposto al rischio di predatori come iene e altri grandi carnivori.
Il valore della ricerca e del patrimonio museale
Per i ricercatori, questo reperto rappresenta una testimonianza eccezionale non solo della biologia dei grandi predatori preistorici, ma anche delle potenzialità ancora inespresse delle collezioni museali.
Come sottolineato dagli studiosi, il caso dimostra come il patrimonio conservato nei musei possa ancora oggi offrire informazioni fondamentali, soprattutto grazie all’uso di tecnologie di analisi moderne che permettono di “riaprire” virtualmente fossili studiati solo superficialmente in passato.

