Pubblicato il 26 Febbraio 2026
Il messaggio di scuse: “Doveva essere in prigione, non morto”
“Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia”.
Sono parole cariche di dolore quelle affidate a una lettera dall’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino, attualmente detenuto con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri.
La vicenda risale allo scorso 26 gennaio, nel cosiddetto “boschetto” di Rogoredo, a Milano. Nella missiva, consegnata al suo legale, l’avvocato Piero Porciani, il poliziotto esprime rammarico e consapevolezza per quanto accaduto.
“Sono triste e pentito”
Nel testo, scritto in stampatello, Cinturrino afferma: “Sono triste e pentito per ciò che ho fatto, ma mi sono sentito disperato”. Parole che delineano uno stato d’animo segnato da sofferenza e smarrimento.
L’agente, che si definisce “sempre onesto e servitore dello Stato”, ribadisce il proprio passato professionale, cercando di contestualizzare il gesto che gli viene contestato.
La richiesta finale: “Pagherò per il mio errore”
La lettera si chiude con una nuova richiesta di perdono: “Perdonatemi, pagherò per il mio errore”.
Un passaggio conclusivo che riassume il tono dell’intera comunicazione: ammissione di responsabilità morale, dolore per la vittima e vicinanza alla famiglia colpita dalla tragedia. Fonte: Ansa

