Pubblicato il 13 Aprile 2026
Un meccanismo sorprendente per un gigante della natura
L’Etna potrebbe avere un’origine del tutto inedita nel panorama mondiale. Il processo alla base della sua formazione sarebbe simile a quello dei piccoli vulcani sottomarini, ma con una differenza fondamentale: riguarda un sistema di dimensioni molto più vaste e complesse.
L’attività del vulcano è iniziata circa 500.000 anni fa e oggi si manifesta con eruzioni frequenti durante l’anno, portando il vulcano a superare i 3.000 metri di altitudine.
Una scoperta che cambia la comprensione del vulcano
Un importante passo avanti nella comprensione della sua origine arriva da uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research, condotto dall’Università di Losanna con la partecipazione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania.
Questa ricerca rappresenta una svolta perché spiega meglio la frequenza anomala delle eruzioni dell’Etna e offre strumenti più precisi per la valutazione del rischio vulcanico.
Un vulcano fuori dagli schemi tradizionali
L’Etna è noto per essere il vulcano più attivo d’Europa e uno dei più controllati al mondo. Tuttavia, la sua origine resta difficile da inquadrare nei modelli classici.
Non rientra infatti nei tre principali tipi di formazione vulcanica:
- Non si trova al confine tra placche tettoniche
- Non è legato a una zona di subduzione, come avviene per vulcani esplosivi tipo il Fuji
- Non deriva da un hotspot, tipico delle isole oceaniche
Pur essendo vicino a una zona di subduzione, la sua composizione chimica ricorda quella dei vulcani da hotspot, creando un vero enigma per gli studiosi.
Cosa rivelano le analisi della lava
Gli scienziati hanno analizzato campioni di lava per ricostruire l’evoluzione del vulcano nel tempo. I risultati mostrano un dato sorprendente: la composizione del magma è rimasta quasi invariata per centinaia di migliaia di anni, nonostante i cambiamenti tettonici dell’area.
Secondo lo studio, l’Etna sarebbe alimentato da piccole quantità di magma presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri di profondità. Questi materiali risalgono in superficie in modo intermittente a causa dei movimenti complessi legati alla collisione tra la placca africana ed eurasiatica.
L’ipotesi dei “petit-spot”
Gli studiosi propongono che l’Etna possa appartenere a una categoria ancora poco conosciuta: i vulcani “petit-spot”.
Si tratta di strutture descritte per la prima volta nel 2006, caratterizzate da piccole risalite di magma dal mantello, normalmente associate a vulcani di dimensioni ridotte.
Se confermata, questa ipotesi renderebbe l’Etna un caso unico: un grande vulcano alimentato da un meccanismo tipico di sistemi molto più piccoli.
Nuove prospettive per la ricerca vulcanologica
Questa scoperta apre scenari inediti per la scienza: potrebbe cambiare il modo in cui si comprendono e si classificano altri vulcani nel mondo.
Capire meglio il funzionamento dell’Etna significa anche migliorare le capacità di previsione e gestione del rischio, in un contesto in cui l’attività vulcanica continua a rappresentare una sfida cruciale per la sicurezza e la ricerca scientifica.

