Pubblicato il 21 Ottobre 2023
“Non volevo, sono dispiaciuto”.
Così Domenico Livrieri, 46 anni, fermato nella notte a Milano per l’omicidio della vicina di casa Marta Di Nardo, la 60enne che era scomparsa dalla sua abitazione due settimane fa.
Il cadavere della donna è stato trovato ieri nell’abitazione dell’uomo in via Pietro Da Cortona, tagliato in due all’altezza della vita e nascosto su un soppalco.

Livrieri ha ammesso di averla uccisa colpendola con un fendente al collo e di avere fatto a pezzi il corpo con un coltello da cucina per poi avvolgerlo in una coperta e nasconderlo nel proprio appartamento.
Ha affermato anche di avere fatto tutto da solo.
Il movente sarebbero i soldi: voleva impossessarsi del bancomat della vittima.
A quanto emerso, l’amicizia tra i due era nata circa un mese fa.
La custode del palazzo Aler ha raccontato ai carabinieri di aver visto la vittima l’ultima volta il 2 ottobre.
Il 4 ottobre Livrieri ha telefonato a Marta Di Nardo alle 8.28 del mattino. Da quel momento il cellulare della 60enne risulta spento, per riaccendersi solo dieci ore dopo – alle 18.38 – per 194 secondi in cui aggancia la cella di Milano in viale Argonne civico 11, senza generare traffico attivo e ricevendo invece due sms.
Infine un’ultima volta la sera del 7 ottobre, per poco più di un minuto. L’omicidio sarebbe avvenuto tra il 4 e il 5 ottobre. L’indagato sarebbe stato notato più volte, a partire dal 9 ottobre, salire e scendere portando delle valigie dall’appartamento di Marta, di cui possedeva le chiavi. La portinaia gli avrebbe chiesto se la signora fosse tornata, per sentirsi rispondere: “No, però se torna vado io a curarla”, ricostruisce il Corriere.
Il 16 ottobre Livrieri è andato all’aeroporto di Malpensa, a bordo di un taxi. Non potendo pagare il tassista, gli aveva dato il suo telefonino, “con tutta probabilità per non essere rintracciato, in pegno della corsa non pagata”. E così, quando i carabinieri hanno cercato di contattarlo, al telefono ha risposto il tassista che ha spiegato loro tutta la storia. Il 46enne ha detto di essere andato all’aeroporto «per fare un giro» e perché non stava bene. Per il magistrato, l’ha fatto “verosimilmente nel tentativo di allontanarsi dal territorio nazionale, non riuscito probabilmente per la mancanza di idonee fonti economiche”.
Ieri sera, durante il sopralluogo dei carabinieri, era seduto come rannicchiato sui gradini di cemento che portano al quinto piano.
Jeans, sneakers rosse, le mani infilate nelle tasche di un giubbotto blu. I pochi capelli sono rasati, sul volto scavato un accenno di baffi e pizzetto. Si guardava intorno, spesso però fissava il vuoto. Ha atteso senza scomporsi che i carabinieri con le tute bianche rivoltassero il suo bilocale.
“Chiamo il mio avvocato”, ha sbottato stizzito quando gli investigatori hanno bussato alla sua porta al quarto piano della scala C, di fronte alla palazzina dove abitava Marta Di Nardo. Poi però non ha chiamato nessun legale e ha atteso sulle scale che il destino, in qualche modo, andasse per la sua strada. A un certo punto, accorgendosi che il tempo passava e il cadavere non veniva ritrovato, ha ripreso vigore: “Io non c’entro con questa sparizione. È inutile che cercate. Non capisco cosa volete da me”.

Poi però, grazie all’intuizione di un investigatore, il lavoro dei carabinieri si è concentrato su una botola poco visibile che dava accesso a una sorta di ripostiglio sospeso nel controsoffitto della cucina. Lui, da fuori, non si è accorto di nulla. Ma probabilmente quando gli investigatori hanno aperto lo sportello e l’odore fortissimo del corpo ormai lì da più di 15 giorni si è sparso ancora di più per l’appartamento, forse ha capito. Pochi minuti dopo il vicino di casa, ormai ufficialmente presunto assassino, è stato caricato su una macchina dei carabinieri e portato nella caserma di viale Umbria. Era ormai buio, la birreria di fronte al palazzo al civico 14 di via Pietro da Cortona era piena di gente seduta ai tavolini o in piedi davanti alle vetrine. Pochi si sono accorti della sua uscita, attirati solo dai flash dei fotografi.
Nel frattempo all’interno sono arrivati i vigili del fuoco che a fatica sono riusciti ad estrarre i due tronconi del corpo dal controsoffitto per rendere possibile il primo esame del medico legale. Di fatto il capitolo finale del giallo di Marta. Un epilogo che ormai appariva quasi scontato e che per molti vicini di casa della vittima è sempre stato una certezza. Tania, arrivata dalla Bulgaria, casa al piano terra della scala D dove viveva Marta, lo ha ripetuto fin dal primo giorno. “L’ho visto entrare in casa dopo la scomparsa della donna. Perché ha le chiavi dell’appartamento? Marta non gliele avrebbe mai lasciate”.
E così da subito l’attenzione dei carabinieri si è concentrata sul 46enne tossicodipendente e con una lunga fila di precedenti, anche per sequestro di persona e violenza sessuale. Anche lui in cura da tempo per problemi psichiatrici.
“Un tipo violento. Quando lo vedevo avevo paura”, la testimonianza di un vicino di casa.
Livrieri viveva da anni in condizioni di marginalità, ha due fratelli con cui però non c’erano rapporti. La sua vita girava intorno alla palazzina, a qualche motorino rubato che trascinava fino al cortile e a qualche botta di cocaina a basso prezzo.
Il sospetto è che Livrieri abbia nascosto il cadavere nella speranza di riuscire a incassare la pensione della donna. Ma anche su questo ci sono molti dubbi. Perché è difficile parlare di un vero piano organizzato, in tutta questa storia sono pochi gli elementi di lucidità. Da subito i carabinieri hanno trovato nell’appartamento della vittima i segni di un pasto o di una cena e una ricetta medica intestata al 46enne ed emessa dopo la scomparsa della donna. Lui quando è stato sentito come persona informata sui fatti, quindi come testimone, ha detto di non essere mai entrato nell’appartamento. L’inizio di una lunga serie di bugie.
Anzi, pare che anche negli ultimi giorni Livrieri trascorresse la notte nella casa della vittima. Sembra che si rifugiasse lì per sfuggire all’odore del corpo diventato ormai insopportabile.
Poi però, vistosi sospettato, aveva buttato le chiavi della casa della vittima, dopo essersi già disfatto della scheda sim del telefono di lei.

