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Napoli, donna ottiene l’ok per il suicidio medicalmente assistito ma, procedura bloccata

Pubblicato il 21 Giugno 2026

Una paziente completamente paralizzata e la lunga attesa dopo l’autorizzazione

Da circa sei anni Irene (nome di fantasia), 72 anni del Napoletano, è affetta da sclerosi laterale amiotrofica. La malattia è in fase avanzata: la donna è completamente paralizzata, non può parlare, respira tramite ventilazione meccanica ed è alimentata artificialmente.

Il 29 aprile 2025 Irene ha presentato richiesta alla propria ASL per la verifica dei requisiti necessari all’accesso al suicidio medicalmente assistito. Successivamente, nell’ottobre 2025, la commissione medica di ASL Napoli 3 Sud ha riconosciuto la presenza di tutte le condizioni previste.

Nonostante ciò, a distanza di mesi la procedura risulta ancora ferma.

Il nodo tecnologico e il caso “Libera” come precedente

La questione principale riguarda il sistema che dovrebbe permettere l’autosomministrazione del farmaco. Irene, essendo completamente immobilizzata dal collo in giù, può comunicare solo attraverso un puntatore oculare.

Questo dispositivo dovrebbe essere collegato a un software specifico sviluppato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), già utilizzato in un caso analogo in Toscana.

La stessa tecnologia era stata infatti impiegata nel marzo 2026 nel caso di “Libera”, una paziente con sclerosi multipla che ha avuto accesso alla procedura dopo un provvedimento del Tribunale di Firenze.

Tuttavia, secondo quanto riportato, l’AUSL Toscana Nord Ovest avrebbe chiesto ulteriori verifiche e un nuovo collaudo del sistema, rallentando così la messa a disposizione della strumentazione.

Le posizioni e le contestazioni sul ritardo

Secondo le interlocuzioni tra le amministrazioni coinvolte e il collegio legale dell’Associazione Luca Coscioni, il ritardo sarebbe legato a passaggi burocratici aggiuntivi e a dubbi tecnici sulla riutilizzabilità del dispositivo già impiegato in precedenza.

Per l’avvocata Filomena Gallo, che segue il caso, non sarebbe necessario alcun nuovo sviluppo tecnologico: “Non serve un nuovo dispositivo, ma soltanto trasferire quello già esistente e procedere alla calibrazione del puntatore oculare sulle condizioni cliniche della paziente”, ha spiegato.

La voce di Irene: “Il mio corpo è una prigione”

La donna, tramite le comunicazioni riportate, descrive una condizione di sofferenza estrema: “Il mio corpo è una prigione da cui non posso uscire. Per me questa non è una vita dignitosa”, ha dichiarato Irene.

Aggiunge inoltre che la richiesta nasce da una rivendicazione di autonomia personale: “La libertà è un diritto umano inalienabile, chiedo solo che mi venga riconosciuto”.

Un caso che riaccende il dibattito sul fine vita

La vicenda, resa pubblica dall’Associazione Luca Coscioni, arriva nella giornata mondiale dedicata alla SLA e riporta al centro il tema dei tempi di attuazione delle decisioni sanitarie e giudiziarie nei casi di fine vita, soprattutto quando sono già stati riconosciuti tutti i requisiti medici.

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