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Fiorenza Rancilio

Fiorenza Rancilio: fermato il figlio per omicidio volontario

Pubblicato il 14 Dicembre 2023

Fiorenza Rancilio è stata uccisa con un pesante manubrio da palestra, di quelli normalmente venduti in set per l’allenamento casalingo dei bicipiti.

L’attrezzo è stato trovato in una stanza accanto al salone dove c’era il cadavere ed è risultato positivo al luminol. Il peso sarebbe stato preso da una stanza-palestra all’ottavo piano.

Fiorenza Rancilio, 73 anni, probabilmente è stata stordita con qualche sostanza prima di essere uccisa. Nessuno ha sentito urlare. Nessuno fino a quando alle nove e mezza di mattina i dipendenti non l’hanno vista scendere in ufficio, s’era allarmato. Anche se lei negli ultimi tempi aveva confidato di avere paura del figlio Guido, delle sue crisi psichiatriche, di quando “impazziva e spaccava tutto”, riferisce il Corriere.

Il 37enne Guido Augusto Gervaso Gastone Pozzolini Gobbi Rancilio è ora accusato di omicidio volontario aggravato e piantonato dai carabinieri al Policlinico.

Era in cura da anni per una forma di schizofrenia. Ricoveri ripetuti, terapie psichiatriche che a volte sembravano funzionare, ma poi arrivava l’ennesima ricaduta. Lo hanno trovato in un’altra stanza, seduto. Immobile e silenzioso. Intontito dalle benzodiazepine. Quelle seminate un po’ ovunque tra l’ottavo e il nono piano al civico 6 di via Crocefisso, tra corso Italia e le Colonne di San Lorenzo. Il quartier generale dei Rancilio, casato fondato dal padre Gervaso, costruttore negli anni del boom economico, e oggi colosso immobiliare in mezza Europa. 

Famiglia ricchissima e maledetta: il fratello della vittima, Augusto Rancilio, architetto di 26 anni era stato rapito dalla ‘ndrangheta a Cesano Boscone nell’hinterland di Milano nel 1978 e mai tornato a casa. Ucciso dai suoi carcerieri in Aspromonte dopo aver cercato di fuggire. 

Il padre Gervaso per anni ha fatto appelli ai suoi rapitori pur di riavere almeno il corpo. Dopo quell’esperienza terribile, i Rancilio avevano creato una fondazione benefica nel nome di Augusto. Proprio la sorella Fiorenza ne era la presidente. 

Ma quel rapimento di 45 anni fa aveva segnato profondamente la famiglia, e in qualche modo anche questa terribile storia. La vittima e il marito — a sua volta erede di una dinastica di storici gioiellieri milanesi — si erano trasferiti in Svizzera per paura di subire altri rapimenti.

Qui, nell’ospedale di Lugano, era nato Guido. Bambino cresciuto quasi in isolamento, tra misure si sicurezza rigidissime e guardie private. Nel 1995 con un decreto del ministero della Giustizia, come a voler portare con sé eternamente la tragedia di Augusto, aveva fatto aggiungere al suo cognome anche quello materno. 

Poi le prime crisi, fino alla diagnosi della malattia psichiatrica. I carabinieri della compagnia Duomo guidati dal maggiore Gabriele Lombardo hanno trovato in casa decine di psicofarmaci. Il 37enne ha ammesso di aver assunto benzodiazepine.

Tre ore dopo la scoperta del delitto è stato portato in ospedale dove a tarda notte è scattato il fermo di polizia giudiziaria per omicidio. Ora le indagini, coordinate dal pm Ilaria Perinu, dovranno capire se ci siano stati in passato segnali d’allarme sottovalutati.

A trovare il corpo è stata la domestica insieme a un dipendente delle due immobiliari che hanno sede in via Crocefisso (Palladium group e Omnium) e a un parente. Sono entrati da un’ala secondaria del grande attico. Era quasi mezzogiorno.