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Referendum sulla giustizia, voto atteso a marzo 2026: il governo prende tempo

Pubblicato il 2 Gennaio 2026

Le possibili date per andare alle urne

Salvo imprevisti, il referendum sulla riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni dovrebbe svolgersi nella seconda metà di marzo 2026. Le ipotesi più accreditate sono domenica 22 o domenica 29 marzo, con votazioni distribuite su due giorni, domenica e lunedì. Questa, almeno, è la linea attuale dell’esecutivo.

L’ipotesi di un voto anticipato

Nelle settimane precedenti si era diffusa l’idea che il governo potesse accelerare i tempi, puntando a un referendum già entro la fine di febbraio. L’obiettivo sarebbe stato quello di ridurre lo spazio della campagna referendaria, anche perché il referendum non prevede quorum: il risultato dipenderà esclusivamente dal numero di Sì o No espressi dagli elettori.

Il cambio di rotta del centrodestra

Alla fine, però, la maggioranza ha rallentato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in un’intervista al Corriere della Sera, ha confermato che il voto si terrà “presumibilmente nella seconda metà di marzo”.
La data avrebbe potuto essere definita già nel Consiglio dei ministri di fine anno, ma una decisione definitiva non è stata presa.

Nordio: “Nessuna fretta, più informazione ai cittadini”

Il ministro ha smentito l’ipotesi di una corsa contro il tempo per limitare il dibattito pubblico. Al contrario, ha spiegato che più gli elettori saranno informati sui contenuti della riforma, maggiore sarà la partecipazione al voto, con esiti che il governo giudica favorevoli.
Di tutt’altro avviso i sostenitori del No, convinti che una maggiore chiarezza sui contenuti della riforma possa spingere i cittadini a bocciarla.

Le ragioni tecniche del rinvio

Secondo Nordio, l’allungamento dei tempi risponde esclusivamente a “ragioni tecniche”, legate alla necessità di evitare incertezze, ricorsi e polemiche, così da garantire un confronto pacato e razionale.
Il ministro ha escluso che dietro la scelta ci siano pressioni del Quirinale, attribuendo invece il rallentamento alla novità della raccolta firme promossa da privati cittadini.

La raccolta firme e il nodo della Cassazione

L’iniziativa è partita da quindici promotori e ha già raccolto circa 185mila firme digitali. Per completare la procedura ne servono 500mila, con scadenza fissata al 30 gennaio.
Se l’obiettivo verrà raggiunto, il quesito dovrà essere esaminato dalla Corte di Cassazione, chiamata a valutare la correttezza tecnica del testo. Resta però aperta una questione cruciale: quale quesito troveranno gli elettori sulla scheda? Su questo punto le interpretazioni sono ancora discordanti.

La posizione del governo

Proprio per evitare contenziosi, l’esecutivo ha deciso di attendere l’esito della raccolta firme. Se le sottoscrizioni non dovessero arrivare a quota 500mila, nulla cambierebbe. In caso contrario, si valuteranno eventuali conseguenze procedurali.
Nordio ha definito l’iniziativa “inattesa” e “superflua”, ribadendo che il quesito referendario non può essere modificato.

Il fronte del No e il parere dei costituzionalisti

Di diverso avviso Enrico Grosso, costituzionalista e presidente del comitato per il No promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo Grosso, i promotori della raccolta firme hanno diritto a un pronunciamento della Cassazione, che dovrà stabilire se gli italiani voteranno sul quesito originario o su quello riformulato.

Uno scenario ancora aperto

Molto dipenderà quindi dall’esito della raccolta firme e dalle valutazioni della Cassazione. Nel frattempo, la data di marzo resta l’ipotesi più probabile, mentre il confronto politico sulla riforma della giustizia è destinato a intensificarsi nelle prossime settimane.

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