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Rigopiano

Rigopiano, la sentenza e le urla dei parenti delle vittime: “Vergogna”

Pubblicato il 23 Febbraio 2023

In aula le lacrime dei parenti. E le urla: “Vergogna”

Rigopiano, è il giorno della verità. Tutti assolti perché “il fatto non sussiste”.

Soltanto lievissime condanne, così come i due anni all’ex sindaco di Farindola, nel pescarese, Ilario Lacchetta per la mancata pulitura della strada (e a due funzionari della Provincia).

E’ la sentenza del processo con rito abbreviato sulla tragedia dell’hotel travolto sei anni fa, il 18 gennaio 2017, da una valanga che provocò 29 morti.

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In tutto erano stati chiesti 150 anni di condanna per i 26 imputati, tra politici, funzionari, dirigenti prefettizi e i gestori dell’hotel: dai 12 anni all’ex Prefetto Provolo, agli undici anni e 4 mesi per il sindaco di Farindola Lacchetta ed il suo tecnico comunale Colangeli, ai 10 anni per i dirigenti della Provincia di Pescara D’Incecco e Di Blasio, e le altre pene a seguire.

I reati ipotizzati erano: dal disastro colposo, omicidio plurimo colposo, lesioni plurime colpose, falso e anche depistaggio ed abuso edilizio.

Alle 12.30 il gup di Pescara Gianluca Sarandrea si era ritirato in camera di consiglio. In aula i parenti avevano posizionato le foto di tutte le vittime.

Il Procuratore Giuseppe Bellelli nella sua requisitoria aveva auspicato “una sentenza che in nome della Costituzione e del Popolo Italiano affermi il modello di Amministratore Pubblico che aveva il dovere di prevedere il peggio ed evitare la tragedia”. 

Quasi tutti gli avvocati difensori, invece, puntavano sull’assoluta imprevedibilità dell’evento. È passata la loro linea.

L’inchiesta sul disastro si era conclusa nel novembre 2018, e aveva riguardato in un primo tempo il corto circuito avvenuto tra i vari livelli istituzionali deputati a gestire l’emergenza maltempo, chiamando in causa Regione Abruzzo, Prefettura e Provincia di Pescara, Comune di Farindola; poi si era estesa anche alla mancata realizzazione della Carta prevenzione valanghe da parte della Regione e ai permessi per la ristrutturazione del resort, per un totale di 40 indagati.

A fine dicembre 2018 c’è anche un’inchiesta bis sul depistaggio, a carico del personale della Prefettura di Pescara, compreso l’ex prefetto Francesco Provolo, per aver occultato il brogliaccio delle segnalazioni del 18 gennaio alla Mobile di Pescara, con altri sette indagati.

A dicembre del 2019 i vertici regionali escono dal processo con 22 archiviazioni per ex presidenti della Regione ed ex assessori regionali alla Protezione Civile. La condanna più pesante, 12 anni, è stata chiesta per l’ex prefetto Francesco Provolo; tra le altre richieste di condanna ci sono gli 11 anni e 4 mesi chiesti per il sindaco, in carica, di Farindola, Ilario Lacchetta, i sette anni e otto mesi per il gestore dell’hotel Bruno Di Tommaso, i sei anni per l’ex presidente della Provincia Antonio Di Marco. Sul fronte del depistaggio in Prefettura, 2 anni e 8 mesi per Daniela Acquaviva e Giulia Pontrandolfo; due anni per Giancarlo Verzella.

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Il processo ha riproposto i temi della prevenzione e del rispetto delle leggi ambientali, dopo le sentenze sulla strage di Viareggio o quella sull’operato della Commissione Grandi Rischi a pochi giorni dal sisma che sconvolse L’Aquila: ancora una volta al centro del dibattito l’operato dell’uomo nelle vesti del funzionario pubblico, che dovrebbe garantire la sicurezza ai cittadini, sia nel rispetto delle normative esistenti, sia nella fase emergenziale dei soccorsi. Sullo sfondo, e non è un fatto trascurabile, la lentezza della giustizia italiana: al di là della sospensione per Covid e dei 15 rinvii registrati sembrano troppi i 1.318 giorni intercorsi tra la prima udienza, 16 luglio 2019, e oggi, giorno della sentenza, a fronte della media italiana di 1.600 giorni per i tre gradi di giudizio nel processo penale, considerando anche che si tratta di un rito abbreviato.