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Rita Atria e il caso del canone Rai: polemiche a 34 anni dalla morte della testimone di giustizia

Pubblicato il 19 Maggio 2026

La denuncia dell’associazione antimafia dedicata a Rita Atria

A oltre trent’anni dalla morte di Rita Atria, l’associazione antimafia che porta il suo nome torna a denunciare l’assenza di risposte da parte delle istituzioni. Al centro della protesta c’è una richiesta di pagamento del canone Rai intestata proprio alla giovane testimone di giustizia, morta nel 1992.

A sollevare il caso è stata Nadia Furnari, vicepresidente dell’associazione nata a Milazzo nel 1994 in memoria della ragazza che collaborò con il giudice Paolo Borsellino negli ultimi mesi della sua vita.

“Lo Stato ignora le richieste sulla sua morte, ma le chiede il canone”

Secondo quanto raccontato da Furnari, nella sede legale dell’associazione sarebbe arrivata una comunicazione per il pagamento di 138 euro di canone Rai, indirizzata a Rita Atria.

La vicepresidente definisce l’episodio “assurdo e sconcertante”, sottolineando che nell’appartamento indicato non viene svolta alcuna attività sociale, ma esiste soltanto la sede legale dell’associazione. Inoltre, il canone televisivo risulterebbe già regolarmente versato.

L’associazione ha annunciato che presenterà una PEC per contestare formalmente la richiesta, spiegando che Rita Atria è deceduta da oltre tre decenni e che non esistono le condizioni previste per il pagamento richiesto.

Furnari ipotizza che possa trattarsi di un errore automatizzato, forse generato da sistemi informatici, ma evidenzia comunque la gravità simbolica dell’accaduto.

La morte di Rita Atria resta al centro delle richieste di verità

Il caso riporta l’attenzione anche sulla lunga battaglia portata avanti dall’associazione per ottenere la riapertura delle indagini sulla morte della giovane.

Rita Atria morì il 26 luglio 1992, appena una settimana dopo la strage di via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino. La ragazza aveva meno di 18 anni quando il suo corpo venne ritrovato senza vita a Roma, dopo una caduta dal balcone dell’abitazione in cui viveva sotto protezione.

All’epoca la vicenda fu archiviata come suicidio, ma negli anni sono emersi dubbi e interrogativi che hanno spinto l’associazione e i legali a chiedere nuovi approfondimenti investigativi.

L’avvocato: “Indagini superficiali e molte incongruenze”

L’avvocato Goffredo D’Antona, che segue da tempo il caso, sostiene che il fascicolo aperto nel 1992 fosse estremamente limitato e privo di verifiche approfondite.

Secondo il legale, all’epoca non sarebbe stato nemmeno chiarito il ruolo di Rita Atria come testimone di giustizia, né sarebbe intervenuto il Tribunale per i minorenni.

D’Antona evidenzia inoltre diverse anomalie investigative: assenza di impronte digitali, mancanza di tracce biologiche e numerose incongruenze che, a suo dire, renderebbero necessario un nuovo esame del caso.

Per questo motivo è stata presentata alla Procura di Roma una richiesta di riapertura delle indagini, ipotizzando il reato di istigazione colposa al suicidio, senza escludere ulteriori scenari investigativi. Fonte: Ansa

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