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maxi rissa

Roma, carabiniere condannato a 3 anni per eccesso nell’uso delle armi

Pubblicato il 8 Gennaio 2026

La sentenza di primo grado del tribunale di Roma

È arrivata la condanna in primo grado a tre anni di reclusione per il carabiniere che nel settembre 2020 uccise con un colpo di pistola Jamal Baldawi, cittadino siriano di 56 anni, durante un intervento per sventare un furto nel quartiere Eur, a Roma.
Il militare era imputato per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. I pubblici ministeri avevano chiesto una pena di due anni e mezzo, ma il tribunale ha stabilito una condanna più severa rispetto alle richieste dell’accusa.

Cosa accadde durante l’intervento in via Paolo di Dono

All’epoca dei fatti il carabiniere prestava servizio nel Nucleo Radiomobile di Roma ed era intervenuto in un ufficio di via Paolo di Dono, sede di una società, dove era stata segnalata un’effrazione.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, i militari avrebbero intimato all’uomo di fermarsi, ma quest’ultimo avrebbe reagito ferendo un carabiniere con un cacciavite sotto l’ascella e tentando poi la fuga.
A quel punto l’imputato avrebbe esploso due colpi di pistola, uno dei quali mortale per Baldawi.

Reazioni politiche e sindacali dopo la condanna

La decisione del tribunale ha suscitato forti reazioni. Il vicepremier Matteo Salvini ha espresso “totale vicinanza e solidarietà” al carabiniere, sostenendo che sia stato condannato per aver difeso un collega e svolto il proprio dovere, e aggiungendo che a temere la giustizia dovrebbero essere i criminali, non le forze dell’ordine.

La posizione del sindacato dei carabinieri

Anche il sindacato Sim Carabinieri ha parlato di “profonda amarezza”, affermando che la sentenza non terrebbe conto delle condizioni operative e del pericolo immediato in cui agiscono quotidianamente gli operatori.
Nella nota si sottolinea che i militari sono spesso costretti a neutralizzare minacce potenzialmente letali in pochi istanti, sotto fortissima pressione, per proteggere se stessi e i colleghi.

Il sindacato avverte inoltre del rischio che decisioni di questo tipo compromettano la serenità degli operatori di pubblica sicurezza, definendo inaccettabile che chi serve lo Stato possa sentirsi privo di adeguato sostegno istituzionale durante lo svolgimento delle proprie funzioni.

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