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Milano

Roma, estorsioni ai commercianti con il metodo mafioso: arrestato Domenico Spada

Pubblicato il 19 Giugno 2026

L’accusa: minacce e intimidazioni per ottenere denaro e vantaggi economici

Un uomo di 31 anni, Domenico Spada, appartenente all’omonimo clan attivo sul territorio romano, è stato arrestato con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo gli investigatori, avrebbe messo in atto una serie di intimidazioni nei confronti di diversi commercianti della zona sud-est di Roma, utilizzando minacce, pressioni psicologiche e continui riferimenti alla propria famiglia per ottenere denaro e altri benefici.

L’indagine è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e condotta dagli agenti del VI Distretto Casilino della Polizia di Stato, con il supporto della Squadra Mobile e dei carabinieri della stazione di Tor Vergata.

Determinante per lo sviluppo dell’inchiesta è stata la scelta di alcuni imprenditori di denunciare quanto accaduto, permettendo agli investigatori di raccogliere elementi sufficienti per richiedere una misura cautelare, poi disposta dal giudice per le indagini preliminari.

Le prime minacce a un bar

Il primo episodio contestato risale al dicembre 2025. Secondo la ricostruzione investigativa, l’indagato si sarebbe presentato in un bar della zona chiedendo denaro ai titolari e ad alcuni clienti presenti.

Di fronte al rifiuto, avrebbe iniziato a pronunciare minacce sempre più pesanti, arrivando a prospettare violenze fisiche nei confronti delle vittime. Alcuni testimoni hanno riferito che, dopo essersi identificato come appartenente alla famiglia Spada, avrebbe minacciato di far “gambizzare” due persone e, allontanandosi a bordo di un’auto, avrebbe simulato il gesto di uno sparo.

I gestori del locale avrebbero immediatamente richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, segnalando inoltre successivi passaggi dell’uomo nei pressi dell’attività commerciale.

La ferramenta sotto pressione: soldi e merce senza pagamento

Particolarmente grave sarebbe stato quanto accaduto tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2026 in una ferramenta.

Secondo l’accusa, Spada avrebbe più volte richiamato il peso del proprio cognome e della propria famiglia, sostenendo che i commercianti potessero lavorare tranquillamente grazie alla protezione garantita dal clan.

Non ottenendo la reazione desiderata, avrebbe quindi preteso 150 euro, accompagnando la richiesta con minacce sempre più esplicite e prospettando ritorsioni violente in caso di rifiuto.

Gli investigatori ritengono che il timore generato da tali intimidazioni abbia spinto i titolari a consegnare il denaro richiesto.

Pochi giorni dopo, l’uomo sarebbe tornato nello stesso negozio e avrebbe portato via alcune bombolette di schiuma espansa senza pagarle. Quando gli sarebbe stato chiesto il corrispettivo della merce, avrebbe risposto sostenendo che lui e il suo gruppo non fossero tenuti a pagare.

L’escalation delle minacce

La situazione sarebbe degenerata ulteriormente il 2 aprile 2026, quando l’indagato avrebbe fatto nuovamente ingresso nella ferramenta.

Secondo gli atti dell’inchiesta, durante l’episodio avrebbe impugnato una spatola metallica e rivolto ai presenti una serie di frasi minacciose, arrivando a prospettare aggressioni fisiche e conseguenze gravissime per il titolare dell’attività.

Per gli investigatori, questo episodio rappresenta uno dei momenti più significativi della presunta attività estorsiva contestata.

Le richieste di denaro al Punto Snai

Un ulteriore episodio riguarda una sala scommesse della zona.

In questo caso, Spada avrebbe chiesto la restituzione di circa 1.700 euro persi alle slot machine, sostenendo di voler recuperare la somma a ogni costo. Secondo l’accusa, avrebbe minacciato dipendenti e responsabili dell’attività, annunciando l’intenzione di danneggiare il locale se non fosse stato soddisfatto.

Per questo episodio viene contestato il reato di tentata estorsione.

Le prove raccolte dagli investigatori

L’attività investigativa si è basata su un ampio materiale probatorio composto da filmati di videosorveglianza, registrazioni audio e testimonianze delle persone coinvolte.

Nell’ordinanza cautelare, il giudice sottolinea come le condotte attribuite all’indagato fossero caratterizzate da un costante richiamo a un presunto controllo del territorio e da modalità intimidatorie considerate riconducibili al metodo mafioso, elemento che ha portato alla contestazione dell’aggravante prevista dalla normativa antimafia. Immagine di repertorio

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