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Torino, soccorritore della Croce Verde ucciso come un boss

Ucciso con un colpo di pistola alla testa: così è morto Massimo Melis, 52enne operatore della Croce Verde di Torino. Il suo cadavere è stato rinvenuto ieri, lunedì 1 novembre, all’interno della sua auto, una Fiat Punto di colore blu, parcheggiata in via Gottardo, nel quartiere Barriera di Milano, a ridosso di Parco Sempione. Un luogo di giorno molto frequentato per via degli impianti sportivi, ma che di notte diventa un luogo spaventoso, isolato e buio.

Un omicidio che lascia aperti tantissimi dubbi: perché il soccorritore delle ambulanze sarebbe stato ucciso come un boss della mafia? Una vera e propria esecuzione, con un proiettile di grosso calibro sparato nella tempia da breve distanza. Melis, che aveva appena accompagnato un’amica a casa, sarebbe stato sorpreso dall’assassino appena prima di mettere in moto la propria auto.

Il fatto sarebbe successo già la notte precedente, ma il cadavere è stato rinvenuto solo ieri pomeriggio, quando è stato notato da alcuni passanti. Sulla vicenda indagano gli uomini della Squadra Mobile, diretta da Luigi Mitola.

La vittima: Massimo Melis

Massimo Melis non era sposto: viveva con la madre, Rosaria, in un condominio in via Desana, nella zona Nord di Torino. Aveva iniziato la sua carriera nella Croce Verde di Torino come volontario soccorritore; poi, con il tempo, era diventato dipendente. Tra i suoi compiti, guidare le ambulanze e portare le barelle.

I colleghi lo ricordano come una persona buona e sempre disponibile, soprattutto quando c’era bisogno di fare cambio turno. Sui social si sono moltiplicati i messaggi di cordoglio e di affetto.

Le indagini sull’omicidio

Tanti dubbi ha lasciato il brutale omicidio di Massimo Melis. Perché uccidere un uomo, da tutti ricordato come buonissimo, come se fosse stato un boss della mafia? Da ieri pomeriggio è iniziata la caccia all’assassino.

Gli investigatori hanno interrogato la donna che era con lui, Patrizia, barista 40enne. Le potrebbe essere la chiave per trovare il movente di questo efferato delitto. La pista della rapina non è infatti tra le privilegiate: cellulare e portafoglio erano ancora lì in auto, al loro posto. E allora la causa scatenante potrebbe essere la gelosia.

Con Patrizia infatti, dicono i conoscenti, Massimo aveva avuto una relazione altalenante, dopo la quale era rimasta una profonda amicizia. Gli investigatori sospettano ora che la 40enne fosse diventata oggetto di attenzioni da parte un altro uomo, forse un cliente del locale. E quell’amicizia potrebbe esser stata vista come una potenziale minaccia al tentativo di approccio.

Massimo, l’altra sera, aveva riportato Patrizia a casa: aveva parcheggiato l’auto e l’aveva accompagnata a piedi fino
all’ingresso del palazzo. Poi era tornato indietro. L’assassino probabilmente ha osservato la scena nascosto nel buio, attendendo che il 52enne risalisse sulla sua Fiat Punto. Quindi ha fatto fuoco. Un solo colpo di pistola, probabilmente esploso da un revolver, e Massimo non c’era più.

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