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“Umiliati nelle carceri libiche”. I pescatori italiani liberati raccontano 3 mesi d’inferno

Pubblicato il 19 Dicembre 2020

“In questi 108 giorni abbiamo cambiato quattro carceri in condizioni sempre più difficili. L’ultimo dove siamo stati era al buio, ci portavano il cibo con i contenitori di metallo. È stato davvero molto complicato: accendevano e spegnevano le luci, a loro piacimento”. Rientreranno domani i pescatori tenuti in ostaggio dai libici per tre mesi. Intanto è forte l’atto d’accusa di Pietro Marrone, capitano della “Medinea”. “Il cibo ci veniva portato in ciotole e non era buono. Abbiamo subito delle umiliazioni, pressioni piscologiche ma mai violenze”. Una situazione limite che conferma anche il pericolo passato dai pescatori prima della missione congiunta di Di Maio e Conte a Bengasi.

Erano stati rapiti in Libia a settembre e sono stati tre mesi di continue trattative e incertezze. Il gruppo di 18 pescatori (8 italiani, 6 tunisini, 2 senegalesi, 2 indonesiani) è stato tenuto sotto controllo nel palazzo militare di Bengasi dalle milizie fino all’ultimo momento. Erano stati sequestrati dalle motovedette libiche in acque internazionali, come si è appurato. Il fermo ingiustificato, con l’accusa di avere sconfinato nelle acque territoriali libiche, è stato fatto al solo scopo di poter trattare con il nostro Paese, specialmente allo scopo di un riconoscimento politico del generale Haftar.