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vaiolo delle scimmie

Vaiolo delle Scimmie, servirà un vaccino anche in Italia?

Gli studi sul Vaiolo delle Scimmie stanno già mobilitando i paesi europei.

Pubblicato il 25 Maggio, 2022

Il vaiolo delle scimmie in termini mediatici non si ferma e a livello internazionale si studiano diverse modalità per poterlo tenere a bada e immunizzare i cittadini.

In Francia immunizzazione rivolta ad adulti

Ci si chiede quindi se sia utile un vaccino per scongiurare una diffusione del vaiolo delle scimmie simile a quella del Covid e in Francia per esempio l’Autorità Nazionale per la Salute ha presentato un programma di immunizzazione rivolto agli adulti a rischio di esposizione al virus del Monkeypox attraverso la somministrazione di un vaccino che sia soltanto di terza generazione nei 4 giorni successivi al contatto a rischio, fino a un massimo di 14 giorni. Le dosi saranno due o al massimo tre per i pazienti immunocompromessi, somministrate ogni 28 giorni. La stessa agenzia ha inoltre sottolineato quanto sia importante disporre di un sistema di monitoraggio e segnalazione dei casi, di informazioni più precise sulla trasmissione da parte dei contagi identificati, di dati sull’efficacia del vaccino e di una dose di richiamo per persone vaccinate nell’infanzia contro il vaiolo umano.

Migliaia di dosi acquistate in Spagna

In Spagna il Ministero della Salute nazionale sta portando a termine l’acquisto di migliaia di dosi di vaccino contro il vaiolo tradizionale e non ci sarà comunque una campagna vaccinale di massa come nel caso del Covid, in quanto il vaccino verrà somministrato soltanto ai contatti dei casi confermati.

In Italia massima prudenza

In Italia invece si va piano e Massimo Galli, ex direttore del Reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, a Sky Tg24 ha scongiurato l’ipotesi di un programma di vaccinazione contro il vaiolo delle scimmie dicendo: “Non credo che si debba arrivare a tanto, allo stato attuale dei fatti. Vogliamo da una volta tanto un messaggio ottimistico. Ma non sulla base delle mie semplici sensazioni, bensì considerando di che cosa stiamo parlando. In questo momento e per questo virus, siano molto aleatori. Non da non tali da spingere per ora a una scelta di questo genere. Stiamo parlando di un virus a Dna, un Orthopoxvirus, che come tale cambia molto meno rispetto a quello che fa un virus a Rna. Il Monkeypox ha delle modalità di diffusione certo importanti, ma non tali da metterci nella condizione di pensare a breve termine a un’epidemia diffusa in maniera generalizzata. Certo non bisogna prendere la cosa sottogamba e bisogna considerarla bene. Quello che va fatto è una buona, sana, vecchia operazione di contenimento epidemiologico, nella speranza che ciò che ci avrebbe dovuto insegnare la pandemia sia utile per poter fare questa volta, avendone il tempo e le modalità, un’azione di contenimento. Ricordiamoci che siamo di fronte a una malattia che ha una letalità molto bassa, almeno in Occidente”. Lo stesso studioso ha ricordato anche l’esistenza di un farmaco: Rispetto ad altri virus probabilmente abbiamo un farmaco, anche se non so che quantitativo di questo farmaco sia disponibile. Soprattutto negli Stati Uniti si è studiata la possibilità di disporre di un farmaco che potesse essere utile in caso di interventi di bioterrorismo con il virus del vaiolo. Un qualcosa che ormai dovrebbe essere sparito completamente dalla circolazione, ma in realtà è conservato in alcuni laboratori più o meno ufficialmente o in alcuni ufficialmente e in altri meno o non del tutto. Quindi l’idea che questo virus possa essere usato come strumento di terrorismo ha fatto sì che siano stati studiati qualche cosa come 350 mila differenti composti per riuscire trovare questo Tecovirimat”.