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giudice del lavoro

Venne rinvenuto carbonizzato nella propria auto: fu suicidio, assolta la famiglia

Nicola Colloca, l’infermiere rinvenuto carbonizzato il 26 settembre del 2010 si è suicidato. È questa la conclusione a cui è giunto il gup di Vibo Valentia, Marina Russo, assolvendo la moglie , il figlio e i parenti della vittima.

Dopo tale perizia, anche l’accusa aveva chiesto l’assoluzione dei sette imputati. Si tratta di Caterina Gentile, di 51 anni, moglie di Nicola Colloca, e Luciano Colloca (29), figlio dell’infermiere, Michele Rumbolà (65), Caterina Magro (44), Nicola Gentile (57) e Domenico Gentile (45), cognati dell’infermiere. Per loro l’accusa era concorso in omicidio e distruzione di cadavere. Alla moglie, al figlio e a Michele Rumbolà, veniva inoltre contestata la premeditazione del delitto, mentre a moglie e figlio anche l’aggravante di aver agito contro un familiare nei primi due reati. Abbreviato secco avevano invece scelto i coniugi Domenico Antonio Lentini (59) e Romanina D’Aguì (55), accusati di favoreggiamento personale per aver cercato, secondo l’accusa, di sviare le indagini fornendo false dichiarazioni ai carabinieri. Dirimenti le conclusioni della consulenza medico-legale disposta dal giudice e il rigetto della richiesta avanzata dalla Procura e dalla parte civile di rinnovazione di un’altra perizia medica. In particolare, il professore Pietro Tarsitano, già direttore del reparto di Medicina legale dell’ospedale Cardarelli e attualmente docente dell’Università di Napoli, aveva stabilito che quello di Colloca era un suicidio e non un omicidio per come sostenuto dall’accusa sulla base della perizia dello specialista Arcudi (che aveva effettuato i primi accertamenti sul decesso), mentre il primo medico legale Katiuscia Bisogni aveva concordato con la tesi del suicidio.

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