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Bari, Japigia alla “Gomorra”: ecco come i clan insanguinano il quartiere

Pubblicato il 15 Aprile, 2022

In un «clima di terrore, assoggettamento e omertà» il quartiere Japigia di Bari fu scenario, nella primavera 2017, di una guerra di mafia fatta di agguati, sangue, stese armate in stile Gomorra

In un «clima di terrore, assoggettamento e omertà» il quartiere Japigia di Bari fu scenario, nella primavera 2017, di una guerra di mafia fatta di agguati, sangue, stese armate in stile Gomorra, le cui tappe criminali furono segnate da tre omicidi. Il primo, quello del 40enne Francesco Barbieri, ucciso la sera del 17 gennaio vicino al liceo scientifico Gaetano Salvemini, seguito da quello – in risposta al primo – del 39enne Giuseppe Gelao, ucciso il 6 marzo 2017 (nello stesso agguato rimase ferito il 31enne Antonino Palermiti, nipote del capo clan Eugenio «u nonn»). Infine, l’assassinio del 29enne Nicola De Santis, uno dei killer di Gelao, ammazzato il 12 aprile 2017.

Sul delitto Barbieri le indagini sono ancora in corso, mentre per gli altri due fatti di sangue la Dda ha identificato i presunti autori e un giudice, dopo gli arresti dell’ottobre 2019, vi ha messo il sigillo. Per l’omicidio Gelao sono stati condannati in primo grado, con rito abbreviato, a 30 anni reclusione Davide Monti e Giuseppe Signorile (Antonio Busco, terzo co-imputato per il delitto, è a processo davanti Corte di Assise).

Per l’omicidio di De Santis è stato condannato alla pena di 9 anni e 4 mesi di reclusione il collaboratore di giustizia, reo confesso, Domenico Milella, ex braccio destro del boss Palermiti.


L’obiettivo di Monti e Busco era «mettere a dormire Savino Parisi» e fare la guerra a Eugenio Palermiti e Mimmo Milella, si legge negli atti, acquisendo il monopolio assoluto del traffico di droga a Bari, nel quartiere Japigia. Il contesto criminale e le modalità di esecuzione dell’omicidio Gelao «dimostrano condizioni di assoggettamento e di omertà nel territorio del quartiere Japigia e si connotano per la platealità» dell’azione, «in modo ostentato e particolarmente aggressivo», ben 36 colpi esplosi, «tale da evocare la forza intimidatrice derivante da un gruppo criminale organizzato nonché tale da incutere pubblico timore».

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Bari – FONTE

È quando scrive la gup del Tribunale di Bari Luigia Lambriola nelle motivazioni della sentenza con la quale, nel settembre scorso, ha condannato 23 imputati. «Le modalità con le quali entrambi i gruppi criminali di Bari, quello facente capo a Busco e quello facente capo a Palermiti-Milella – scrive la giudice -, operano la loro signoria criminale nel quartiere e su tutte le attività economiche che intorno alla stessa orbitano, sono chiaramente di natura mafiosa».

Nella sentenza la gup ripercorre, attraverso le dichiarazioni di collaboratori di giustizia e il contenuto delle numerose intercettazioni ambientali raccolte dagli inquirenti, i fatti di quella primavera di sangue. «Palese – secondo la giudice Lambriola – è la condizione di assoggettamento e omertà che opprime gli abitanti del luogo allorquando abbiano a che fare con i sodali dei gruppi criminali in contrapposizione», a causa soprattutto della «straordinaria forza criminale di entrambe le fazioni in gioco».

Infatti «i contrasti criminali tra le due fazioni – spiega la gup – sono caratterizzati dall’utilizzo della via della forza, della violenza e dell’annientamento dell’avversario per affermare la propria supremazia sul territorio e su tutte le attività economiche».

Dopo l’omicidio Gelao, poi, sarebbe emersa la «ferma volontà di Milella, tanto che nemmeno il boss Savino Parisi avrebbe potuto farlo desistere dai suoi propositi, di vendicare la morte dell’amico fraterno», cercando i sicari e cacciando dal quartiere tutti i soggetti a loro vicini: «organizzava ronde, posizionava vedette, si rivaleva sui soggetti imparentati o comunque vicini al gruppo di Busco».

In questo contesto sarebbero state realizzate le cosiddette stese in stile Gomorra: incursioni di gruppi armati a bordo di decine di moto che sparavano in piena notte nelle strade del quartiere interi caricatori di mitragliette. Per questi fatti i pm della Dda di Bari che hanno coordinato le indagini della polizia, Fabio Buquicchio, Ettore Cardinali e Federico Perrone Capano, contestano, a vario titolo, i reati di detenzione di armi, droga, estorsioni e pestaggi nei confronti di altri 20 imputati (condannati a pene dai 9 anni ai 2 anni e 8 mesi di reclusione).

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