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Cranio Randagio

Cranio Randagio: ecco cosa chiede la Procura per la morte del rapper (VIDEO)

Pubblicato il 17 Giugno, 2022

Due condanne a tre anni di reclusione e una assoluzione. Sono le richieste avanzate dalla Procura di Roma nel processo per la morte di Vittorio Bos Andrei, l’indimenticato rapper Cranio Randagio.

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Il giovane fu trovato privo di vita in un appartamento nel quartiere Balduina il 12 novembre del 2016.

A causare il decesso un mix, secondo quanto accertato dagli inquirenti, di sostanze stupefacenti.

L’assoluzione è stata chiesta nei confronti di Francesco Manente, accusato di essere il fornitore della droga e per questo chiamato a rispondere di detenzione di droga e morte come conseguenza di altro reato.

Il pm ha sollecitato la condanna nei confronti degli altri due imputati, Pierfrancesco Bonolis e Jaime Garcia De Vincentiis, accusati di favoreggiamento perché secondo l’accusa avrebbero mentito per coprire l’amico.

Nel corso della requisitoria il rappresentante dell’accusa ha affermato che quella sera non “c’era sostanza che mancasse: sicuramente tutti hanno consumato stupefacenti. Dall’autopsia sono emerse tracce di una decina di sostanze diverse. Il dato è che Vittorio è entrato vivo in quella casa e ne è uscito morto e questi ragazzi hanno scaricato tutto su di lui, dicendo che le sostanze le aveva portate tutte lui”. 

“Un genitore a cui muore un figlio fa paura, il nostro lutto rappresenta un tabù da cui tenersi a distanza. E allora si finisce per isolarsi e allontanare gli altri, quelli che davanti alla tua sofferenza hanno espressioni contrite ma non sanno cosa dire. Io sono riuscita faticosamente a rialzarmi, ma altri restano emarginati”, aveva scritto lo scorso marzo Carlotta Mattiello, la madre del rapper che non ha mai smesso la sua lotta per chiedere giustizia.

 

 
 
 
 
 
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Mattiello è anche la vicepresidente di “Save the parents”, l’associazione di promozione sociale per il sostegno di genitori in lutto nata tre anni fa che lo scorso 25 marzo a Roma, nell’Aula 3 della Facoltà di Medicina e psicologia, insieme all’università La Sapienza organizza il convegno internazionale “Il lutto persistente complicato nei genitori defigliati”.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel quinquennio 2014-2018 in Italia si sono registrate circa 17.400 morti di bambini, adolescenti e giovani adulti da zero a 29 anni. Significa che ogni anno circa 34.800 tra madri e padri si trovano a dover affrontare uno degli eventi traumatici più invasivi, alle prese con un dolore riconosciuto dalla comunità scientifica come uno dei più intensi e duraturi tra le tipologie di lutto.

“Il processo è devastante, ogni udienza ti riporta nel baratro”, aveva spiegato la donna, vedova e madre di altri due figli più piccoli di Vittorio, Sergio, 24 anni e Giovanni 18, che deve la sua tenuta alla sua capacità di resilienza, ma anche a “Save the parents”, unica realtà laica che si occupa di genitori che hanno perso un figlio, chi per malattia, chi per un incidente stradale, chi come lei per un evento traumatico. Condizione in ogni caso sconvolgente e non prevista in natura, tanto che, per aggiungere tabù a tabù, nella lingua italiana non è stata coniata una terminologia dedicata: l’Accademia della Crusca ammette il “defigliato”, mutuato dal vocabolario spagnolo e francese, suggerisce anche “orbato”, ma ha chiarito che al momento non esiste una parola ad hoc.