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Gli industriali del distretto pratese chiedono impianti e non discariche

Gli industriali del distretto pratese da anni chiedono il riutilizzo degli scarti di lavorazione e quindi la riduzione del volume dei rifiuti, Il binario è doppio: riutilizzare di più gli scarti, ridurre quindi i rifiuti ma prendere anche atto che questi ultimi continueranno a esistere e ad esigere impianti per il loro smaltimento. Impianti di smaltimento che – secondo Confindustria- non sono affatto in contrapposizione con i principi dell’economia circolare ma viceversa ne sono parte integrante: senza smaltimento non c’è recupero sul piano energetico e il ciclo non si chiude. Servono normative adeguate per favorire il recupero di materia, così come servono impianti per consentire il recupero di energia da quella parte della materia che non è riutilizzabile.

La Toscana è nelle ultime posizioni fra le regioni italiane come capacità di smaltimento e recupero energetico dei rifiuti; gli impianti esistenti nel territorio regionale sono quasi esclusivamente discariche, anch’esse largamente insufficienti; entro il 2020 o poco oltre si esaurirà la capienza delle discariche toscane. Per lo smaltimento si ricorre ad impianti esteri o comunque lontani dal territorio regionale con importanti impatti ambientali dovuti ai trasporti, con costi sempre più elevati e con conseguente grave penalizzazione delle aziende, alle prese con concorrenti internazionali che ignorano problemi del genere.


Il tessile-moda produce scarti ‘leggeri’ ma di volume consistente; parliamo di residui delle fasi tessili di pettinatura, filatura, tessitura, rifinizione a cui si aggiungono i ritagli di confezione – spiega Francesco Marini, vicepresidente di Confindustria Toscana Nord ed imprenditore tessile -. Dal punto di vista tecnico una parte consistente di questi possono essere riutilizzati: non solo la lana, emblema del riciclo pratese, ma anche altre fibre. Tuttavia rimangono scogli normativi che rendono difficile e oneroso sottrarre alla classificazione come rifiuti sia gli scarti di lavorazione sia il cosiddetto post-consumo, cioè gli abiti usati.

Qualche passo avanti per favorire l’utilizzo dei sottoprodotti si è fatto col ‘Patto per il tessile’ sottoscritto fra categorie economiche pratesi e Regione Toscana, Comune di Prato e Alia lo scorso gennaio, ma ancora siamo ben lontani dall’obiettivo. Siamo nel pieno paradosso: per l’economia circolare nella moda ci sono competenze e interesse delle imprese ma sono le leggi a remare contro. E i rifiuti tessili, che comunque anche con le migliori prassi di recupero rimarrebbero in quantità significativa, dove devono andare? Le società specializzate, data l’estrema scarsità di siti toscani in grado di ricevere rifiuti tessili, li portano in altre regioni o all’estero, con forti aggravi di costi. Una situazione non più sostenibile. I decisori pubblici nazionali e regionali non possono più sottrarsi all’assunzione di provvedimenti che risolvano questi problemi.”conclude Confindustria Toscana Nord




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