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11 settembre 2001: abbracciarsi tra quasi sconosciuti perché le parole non bastano

Una americana, l’altra italiana. Una insegnante da anni nella scuola dove la seconda aveva preso l’incarico da poco. Il giorno dopo l’11 settembre 2001 fu il loro primo, vero incontro umano. 19 anni dopo sono ancora amiche

Janet Sethre è nata a Seattle nel 1945, ma vive da decenni in Italia. Del “suo” 11 settembre ha in memoria tante immagini. E una su tutte. “Continuo a ricordare il momento di silenzio richiesto dalla mia preside, appena arrivata all’istituto tecnico di Dolo (Venezia) in cui io ero insegnante”. Manuela Fardin è quella preside. Nata a Mirano nel 1950, racconta: “Vidi la professoressa di lingua inglese e di nazionalità americana seguire impietrita il mio breve discorso in mezzo ai suoi alunni. Mi rammaricai di non averla cercata subito anche solo per un abbraccio”.  Il giorno dopo l’11 settembre 2001 fu il loro primo, vero incontro: 19 anni dopo sono ancora amiche.

“Il mio 11 settembre, cominciato 3 anni prima”

Comincia tre anni prima del 2001 il viaggio nell’11 settembre di Janet Sethre.  “Nell’agosto del 1998 – racconta – ebbi occasione di trovarmi a New York con mio fratello, Tom, che non vedevo da otto anni. Data la mia modesta condizione economica e a causa di alcune tragedie abbattutesi sulla mia famiglia di origine, eravamo rimasti a lungo separati. Ora speravo di creare – in pochi giorni! – un ponte che ci potesse tenere più uniti nel tempo. Passammo tre giorni insieme.

“Ad un certo punto, durante i nostri vagabondaggi per la città, ci sedemmo fuori a prendere un caffelatte. Sfidando un caldo umido e torrido chiacchierammo a lungo su una panchina situata ai piedi delle torri gemelle del World Trade Center. Entrambi ricordavamo uno strano avvenimento accaduto qualche mese prima: un terrorista islamista medio-orientale aveva guidato il proprio camion carico di esplosivi, nel garage sotterraneo di una delle Torri Gemelle. Aveva confezionato una grande bomba con sostanze chimiche vendute comunemente dai rifornitori di prodotti fertilizzanti. Se la bomba fosse esplosa le Torri sarebbero crollate. Il camion del terrorista era stato intercettato poco prima che potesse esplodere.

“Nei media si parlò poco dell’attentatore, delle sue radici, della sua personalità, dei suoi complici. La tragedia sfiorata pareva fosse considerata un freak accident o un qualche scherzo della natura. Né a me né a mio fratello suscitava paura, la vicinanza delle Torri. Non ci commuovevano. Non ci coinvolgevano. Non ci minacciavano, né concretamente né simbolicamente. O così pareva.

“Passarono circa tre anni. Con mio marito avevamo comprato un biglietto aereo per nostra figlia, che voleva far visita ai nonni nel Texas. Doveva partire da Venezia il 13 settembre 2001 e fare scalo a New York. L’11 settembre mi telefonò mia madre. La voce concitata non era la sua voce di pianto represso, che conoscevo così bene. Pareva sorpresa, ecco: ecco, disse, accendete la televisione. E dite a Elena, mia figlia, di non partire.

Lì per lì le scene faticarono a scuoterci intimamente, tanto parevano confezionate per il cinema. In un film catastrofico si vede l’aereo tagliare – con quanta grazia!- una delle torri. Come una torta nuziale. La prima voce che si sente non è la voce del pianto, non è la voce della preghiera: è la voce di un uomo per strada che, vedendo esplodere la prima torre, esclama quasi seccato, SHIT! Merda.

“Dopo poco arrivarono altre immagini: uomini piccoli piccoli, pupazzi che volano dall’alto, figure che barcollano per Canal Street goffe e cenciose come Charlie Chaplin, le facce coperte da maschere di polvere, come buffoni con la faccia infarinata.

“L’indomani, il 12 settembre 2001, partecipai attonita ad un collegio docenti nella mia scuola, nel Veneto. Tra le decine di colleghi miei (colleghi da tanti anni, alcuni molto benvoluti), nessuno mi espresse dispiacere per la tragedia appena accaduta al mio paese. A parte mio marito, che mi era pure collega, nessun collega mi guardò negli occhi. La preside invece, da pochi giorni assunta nella nostra scuola, richiese un momento di silenzio per le vittime.

“Dopo la riunione, per la prima volta mi avvicinai alla nuova preside. Era pallida, sotto l’abbronzatura estiva. Aveva uno sguardo risoluto. Indaffarato. Esprimeva una compita gentilezza naturale ma—come posso dire? – pensierosa. Dal viso traspariva una tristezza timida e strana. Né nuova né vecchia. Riuscii a dirle semplicemente, ‘Grazie’.

“Qualcuno, in sala insegnanti, già cominciava a bisbigliare che nulla era accaduto di tragico, era tutta una messinscena predisposta da Bush.

“Nei mesi e negli anni che seguirono, ho cercato di abbracciare col pensiero quell’avvenimento. L’ho bendato con pezzi di pensiero: sulle forme infinite del male e dell’odio, sugli influssi di certe interpretazioni coraniche, sull’economia americana drogata, dipendente dalle industrie belliche e rassegnata alle più nere disuguaglianze economiche. Non appena mi progredisce dentro una linea di pensiero coerente ed estesa, viene aggredita e spezzata. Volano frammenti. Nell’aria, polvere.  Mi tormenta la pena delle vittime. Mi si sottrae ogni sicurezza per il futuro del mondo. Mi rimane la silente pena della mia preside”.

“L’11 settembre? Per me è il volto di una donna che cerca di non piangere”

“Ho avuto – racconta Manuela Fardin – 2 matrimoni, 2 figlie, 2 professioni (docente e dirigente scolastica) e 2 regioni di riferimento esistenziale e professionale: il Veneto e la Sicilia, profondamente diverse come storia, cultura, identità. Una opportunità di comparazione e di apprendimento unica e molto significativa anche dal punto di vista umano perché in entrambe mi è capitato di imbattermi nella miseria come nello splendore, nell’egoismo come nella generosità e di trarne motivo di riflessione.

“L’ 11 settembre 2001 mi ero fermata in ufficio oltre l’orario delle lezioni per esaminare il piano scambi con l’estero che l’istituto tecnico di Dolo (Venezia), una scuola secondaria di cui ero preside, avrebbe dovuto inviare al Ministero per ottenere i finanziamenti della Comunità europea: la pratica comprendeva la compilazione di un dettagliato carteggio in lingua inglese con la descrizione accurata degli obiettivi formativi generali e specifici, gli itinerari, gli incontri, i mezzi di trasporto, le spese previste, ecc. Il piano era stato predisposto dall’insegnante referente. Io conosco l’inglese molto superficialmente e avevo bisogno di esaminare la pratica in silenzio e in solitudine per governare le mie incertezze nel decifrare ciò che leggevo con il vocabolario accanto, prima di firmarlo e metterlo in uscita. Perciò mi accinsi a farlo quando il deflusso degli studenti e dei professori era finito e nell’istituto erano in circolazione solo i collaboratori scolastici che attendevano alle pulizie e alla chiusura dell’edificio.

Ero immersa nelle carte quando di colpo la porta dell’ufficio si spalancò e uno dei bidelli trafelato con un mazzo di chiavi in mano mi disse: ‘Sta succedendo un disastro in America. La guerra forse…. Preside, è meglio chiudere tutto e andare a casa’. Il tono non ammetteva repliche. Uscii incredula, frastornata, e mi diressi verso la mia abitazione ascoltando la radio che dava notizie continue sull’abbattimento della prima torre. La strada era insolitamente deserta. A casa trovai mio marito in piedi davanti alla TV: era appena rientrato dal Tribunale in cui lavorava. Ci sedemmo sul divano senza fiatare con gli occhi incollati alla TV, uno accanto all’altro, le nostre rispettive 24 ore ai piedi e così vedemmo in diretta l’abbattimento della seconda torre e tutto il resto. Ad un certo punto intrecciammo le mani. Non c’erano parole, non c’erano commenti che potessero aggiungere qualcosa alla potenza delle immagini che si susseguivano, all’evocazione del terrore cui si prestavano, alla frenesia dialettica dei giornalisti che seguivano le dirette.

“Era la prima eclatante azione di guerra volta a colpire uno Stato attraverso la morte dei suoi civili a cui assistevamo attraverso i media e lentamente dentro di noi, nel maremoto delle emozioni scardinate dalla potenza delle immagini, cominciavano ad emergere domande ineludibili: chi poteva avere osato umiliare così violentemente la vulnerabilità degli americani, colpirne i simboli di successo e di potenza in termini tanto drammatici e provocatori? Quali potevano esserne state le motivazioni? Azioni del genere, così significative nella scelta degli obiettivi, dei bersagli, dei tempi, dei mezzi non potevano far capo che a sistemi, ad organizzazioni complesse in grado di finanziare, pianificare, gestire, realizzare attacchi concertati a più livelli. E come era stato possibile che l’intelligence americana, tra le più potenti del mondo, non fosse stata in grado di prevenire tali attacchi, chiunque ne fosse stato l’autore?

Quella sera io e mio marito discutemmo a lungo insonni e ci addormentammo solo verso l’alba. Avevano girato il mondo già allora, io e lui, quanto bastava per cogliere soprattutto nei paesi arabi un sentimento crescente di avversione, di odio verso l’America, la sua politica estera, la sua demagogica pretesa di esportare la democrazia anche attraverso il conflitto. E noi, noi cittadini europei, memori per rigore etico e storico di quanto comunque dovessimo all’America nella sconfitta del nazismo, avevamo spesso considerato tale ostilità come una miccia pronta a far esplodere altre guerre e sperato da un lato che i governi, i gruppi di potere politici, religiosi ed economici di tali Paesi riuscissero a controllarne e a indirizzarne le pulsioni più radicali entro forme compatibili con i principi del diritto internazionale, dall’altro lato che le mortificazioni subite in Vietnam e in Afganistan inducessero i governi americani a confrontarsi con una sensibilità internazionale sempre più diffidente verso le prese di posizione in medio oriente, a fianco ad Israele, per esempio, o dietro il sipario di leadership autoritarie e dispotiche come in molti paesi africani dove la regia politica degli ‘occidentali’ veniva vissuta come la nuova perversa presenza dei crociati nelle terre dell’Islam.

“Il giorno dopo a scuola radunai alunni e professori in aula magna per un momento di riflessione e di silenzio in onore delle vittime il cui numero ancora non esattamente quantificabile si configurava già enorme. Mi ricordo di aver avvertito commozione e sgomento intorno a me. Vidi tra il pubblico la professoressa di lingua inglese e di nazionalità americana. Prima di entrare in aula magna avevo dovuto conferire d’urgenza con la mia direttrice amministrativa: le agenzie di viaggio di riferimento della scuola avvertivano che alcuni voli erano stati bloccati, che molti aereoporti, dopo l’attacco in America, temporaneamente non garantivano più il proprio funzionamento per cui alcuni nostri viaggi di istruzione in partenza sarebbero saltati. Così il tempo per un abbraccio alla professoressa Janet Sethre era stato perduto. Avrei dovuto trovarlo ad ogni costo entro quel giorno, mi dissi risoluta. E così fu al termine della cerimonia.

“Senza trovare le parole, perché ci sono momenti in cui le parole non possono aggiungere nulla. Quando finii di stringerla la professoressa si staccò da me, abbassò gli occhi gonfi di lacrime in un lampo di vivissimo sconforto, contenne il pianto subito rialzando il capo per annuire e poi dirigersi lentamente verso le aule. La mia immagine interiore dell’America di quei giorni si impasta con il volto addolorato e silenzioso di una donna che si allontana nell’afflizione e nella dignità più sincere”.

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