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Pupi Avati, nuovo libro in uscita: “Il male assoluto c’è ma non se ne parla più”

Cinquanta film diretti, 51 sceneggiature scritte, 16 libri pubblicati, 3 David di Donatello vinti. E il prestigioso premio Bresson ricevuto pochi giorni fa alla Mostra del Film di Venezia. 

Il grande regista Pupi Avati a 81 anni è instancabile. Ancora tanti i progetti in programma: il film sulla vita dei genitori di Vittorio Sgarbi che sta girando a Ferrara, il film sulla vita di Dante che dovrebbe partire entro fine anno, un nuovo libro in uscita il 24 settembre: L’archivio del Diavolo, il sequel de “Il signor diavolo”. 

Intanto il 12 settembre il Maestro ha registrato il tutto esaurito al Teatro Salieri di Legnago, a Verona, per l’evento “Narratori si nasce“.

Il Maestro ha inaugurato il Festival della Fiaba legnaghese, giunto quest’anno alla sesta edizione. 

La cultura che mi appartiene è fatta di fiabe”, ha detto in varie occasioni Pupi Avati, legato da sempre al mondo fiabesco grazie alla sua infanzia e al rapporto magico con la sua terra. E lo ha ribadito al Teatro Salieri, raccontando il suo passato, dissertando sulla vita e sul male. 

 “Da bambino dovetti sfollare in campagna per via della guerra, incontrai parenti che avevano a che fare con un mondo che risucchiava indietro nel tempo, a quella visione delle cose tipica della cultura contadina. Venni educato alla fiaba contadina, che era un deterrente, una fiaba orrorifica”, ha detto Pupi Avati spiegando l’importanza della fiaba nei suoi film e romanzi. “Mi insegnarono ad avere paura e ad avere rispetto della paura. Perchè la paura è lo spermatozoo che va a fecondare l’immaginario onirico delle persone. Allora in campagna non c’era nulla, c’erano stanze buie e minacciose, c’era una religiosità pre-conciliare, c’era un buio da riempire. La paura è uno degli elementi più formativi della creatività. E il racconto stimola la creatività come solo la lettura fa, perchè ti spinge a immaginare. Se vedi un film, questo lavoro l’ho fatto io per te. Tu diventi un fruitore e niente di più. Noi facciamo i conti con la realtà tutti i giorni. Penso che la fiaba ti ponga in un contesto diverso dalla realtà, e ce n’è bisogno. I giovani hanno bisogno di immaginarsi che ci sia qualcosa aldilà del possibile e dell’immaginabile. Il limitarsi alla realtà ha privato i giovani di sognare, di immaginare che prima o poi accada loro qualcosa di straordinario, abbiamo tolto loro aspettative”. 

Pupi Avati a Legnago con il sindaco di Legnago Graziano Lorenzetti (a sinistra)

A fine mese esce il suo romanzo “L’Archivio del Diavolo”, sequel del “Signor Diavolo”. Perché torna ad affrontare queste tematiche

Perché il male è presente ovunque e nelle forme più subdole. Se pensiamo a Bresson (il regista ndr) la sua era una religiosità arcaica, divisa tra bene e male. Ora siamo in una palude grigiastra dove male e bene si confondono. La cultura contadina ha avuto dei limiti ma i ruoli erano definiti. Chi veniva considerato “una buona persona” aveva accesso a casa tua, gli si offrivano le tagliatelle, gli si dava ospitalità. Non c’era diffidenza. Oggi no. 

Le dico di più. Oggi le grandi fortune hanno alle spalle dei peccati mortali. Io ho fatto 50 film e sono pieni di debiti, qualcosa non funziona. Chi è onesto ha i debiti. Senza voler criminalizzare. Non si diventa ricchi se si rispettano le regole. 

Lei parla spesso del male assoluto. 

Perché io l’ho incontrato il diavolo. Sono le persone di potere che esercitano il male per il male, fine a se stesso, per il solo gusto di distruggere. Ho da anni un’azienda di produzione cinematografica. C’è stato chi ha fatto di tutto perché noi saltassimo in aria, ma non per vendicarsi di qualcosa, non per interesse personale. Per il semplice desiderio di distruggere. Il male assoluto c’è ma non se ne parla più. La stessa Chiesa ormai non parla più del diavolo, e io sono un credente. Credere oggi è un mestiere difficile. Nelle omelie non sento parlare da decenni del male e del peccato. La Chiesa oramai è un assistente sociale. 

Quali erano le favole che le raccontavano da piccolo?

Quella della Gamba d’Oro e del Prete donna. La prima racconta di una donna con una gamba d’oro a cui le 3 figlie segano la gamba con l’intento di rivenderla per avere i soldi per trovare marito. La madre muore dissanguata durante l’operazione e la gamba, nascosta dalle figlie in casa, la sera viene a cercarle salendo le scale con un rumoroso “Toc”. La seconda favola racconta invece che quando fu rifatto il cimitero di San Leo, riesumarono la salma del vecchio parroco e scoprirono dal bacino che era una donna. Era un parroco donna e ce lo descrivevano con dovizia di particolari prima di andare a letto la sera. Io ci ho persino fatto un film, “La casa delle finestre che ridono”. Questi sono i materiali a cui ho attinto per i miei film, perché la paura è uno degli elementi più formativi della creatività. Soprattutto quando entri in un contesto buio. Non è come oggi che i nostri nipoti sono fruitori di know how altrui. Noi i nostri immaginari ce li facevamo da soli, le nostre paure erano il frutto dei nostri racconti. Ecco perché il buio mi fa paura e mi attrae, perché lo si può riempire. Il mondo raccontato è un mondo bellissimo rispetto al mondo vissuto. 

Qual è il segreto del suo successo? 

Io sono una persona con grandi complessi di inferiorità. Da ragazzo mi vedevo timido, bruttino, senza mezzi, mi chiamavano Peppino Camparino perché dovevo bere parecchi Campari per superare la timidezza. Quando si andava a ballare, io restavo in disparte a guardare gli altri. 

Ero ai margini di tutto. Eppure sono riconoscente a questo periodo della mia vita. Perché mi ha insegnato ad essere un grande osservatore e a sapere che un giorno sarei stato ricompensato. Che qualcosa di straordinario doveva accadere. Qualche bugia ce la dobbiamo raccontare. Perché vivere questa realtà è terribile. Il 99% delle persone fa un lavoro che odia, fa qualcosa che non corrisponde ai suoi talenti e ai suoi desideri. Io ho spazzato via la timidezza e ho iniziato a parlare di me perché tanta era la voglia di essere risarcito. E sto ancora aspettando qualcosa di straordinario. 

Cos’è per lei la vita?

La vita è fatta di mostruose insoddisfazioni. Secondo la cultura contadina, la vita è una collina, e la collina è una ellissi divisa in quattro quarti. Più sali questa collina, più puoi immaginare, illuderti, credere che tutto quello che succede oltre la collina potrà esser come decidi tu.

Nel primo quarto della vita siamo bambini e crediamo che tutto quello che viviamo sia per sempre. Nel secondo quarto siamo adulti, cerchiamo la soddisfazione personale e ci rendiamo conto che la realtà è opprimente. Scaliamo la collina cercando il nostro risarcimento. Nel terzo abbiamo nostalgia della nostra giovinezza e inizia il cosiddetto scollinamento. Il fisico comincia a diventare recalcitrante e tutto quello che ti era facile fare diventa complicato

Nel quarto torniamo vulnerabili come i bambini e cerchiamo la mano che ci ha sorretto nell’infanzia, quella dei nostri genitori. Ora io, che mi avvicino ai titoli di coda della vita,  vorrei tornare nella cucina dei miei genitori in via San Vitale e trovarli là, che mi aspettano a cena.

Lei ha realizzato i suoi sogni?

Molti ma non tutti. Ma i sogni non vanno realizzati tutti perché bisogna sempre averne. 

Progetti?

Sto lavorando alla realizzazione di un film sulla vita di Dante. Ma lo sto vivendo con scetticismo perché è 18 anni che inseguo questo film. Dal 2002, da quando i dirigenti di Rai fiction Giancarlo Leone e Stefano Munafò firmarono un impegno per produrre nel 2003 una biografia di Dante basata sul “Trattatello” di Boccaccio, il primo biografo di Dante. Il film dovrebbe partire a novembre, anche per una questione di incentivi, perché nel 2020 c’è una tax credit del 40% sui progetti cinematografici che nel 2021 non è prevista. Io credo che il Ministro millanti fondi che non ha. Pensi che non ho ancora avuto i contributi del film di due anni fa, Il Signor diavolo, che mi avrebbero messo nella condizione di produrre il film su Dante. Soldi che erano stati deliberati. Secondo me fanno così con tutto. 

Lei ha detto che oggi si fanno solo film su famiglie scombinate, che i registi europei si auto-puniscono togliendosi la possibilità del lieto fine. Che il matrimonio va salvato e preservato. 

Di matrimonio può parlare solo chi l’ha vissuto a lungo. E io ho un matrimonio che dura da 50 anni. So bene cosa sia un matrimonio, nel bene e nel male. E dico che si deve lottare per il matrimonio, per dare ai propri figli la presenza di una padre e di una madre. Per me mia moglie è il mio tutto. Senza di lei sarei perso. Noi uomini siamo egoisti e vigliacchi. Le donne sono la nostra forza. 

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