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Genova Venti Zerouno

Genova Venti Zerouno

Genova Venti Zerouno, la costruzione di una memoria collettiva per chi non ha vissuto il G8

Un progetto articolato in vari prodotti artistici, tutti mattoni della stessa casa che contiene una ricostruzione di quello che fu Genova 2001, fatta per chi in quell’anno non era ancora nato. Intervista a Giulia Paoli, regista, formatrice teatrale e ideatrice del progetto.

Un progetto educativo nelle scuole, uno spettacolo teatrale, un documentario, un archivio: tutti mattoni della stessa casa che contiene una ricostruzione di quello che fu Genova 2001. Una casa pronta ad accogliere soprattutto chi vuole capire cosa è avvenuto in quei giorni di un anno in cui non era ancora nato, ma che segnano fortemente anche il suo presente. Intervista a Giulia Paoli, regista, formatrice teatrale e ideatrice del progetto.

Come nasce il progetto Genova Venti Zerouno?

Nasciamo nel luglio del 2020, dopo aver letto il consueto post annuale che Zerocalcare dedica ai fatti del G8. Quell’anno però, invece di ricordare gli eventi, le sue parole aprivano una riflessione sul fatto che eravamo alle porte del ventennale e che c’erano dei giovani che ormai erano adulti a tutti gli effetti, però non ancora nati nel 2001. Lui si chiedeva che effetto facesse a quella generazione lì sentir parlare di Genova, se sapevano qualcosa o non ne sapevano niente e come fare per trasmettere loro una memoria viva, scevra dalle etichette mediatiche perdurate nel tempo su quei giorni.

Questa riflessione mi ha colpito tantissimo perché io faccio teatro, lavoro con le scuole, più spesso con le medie ma in qualche caso con le superiori e quindi sono sempre a stretto contatto con i ragazzi. Quando mi sono resa conto che quei fatti che io conoscevo e che negli anni ho approfondito, oggi parte della mia memoria e del mio agire politico, non sono altrettanto conosciuti dai ragazzi con cui io sono a contatto ogni giorno, mi sono sentita chiamata in causa in prima persona. Dovevo fare qualcosa.


Così è nata subito l’idea di fare uno spettacolo teatrale che avesse al centro Carlo Giuliani come figura non solo biografica, ma simbolica, che incarnasse la scelta di tutte quelle persone che, nonostante il clima pesante che si era creato subito nei giorni precedenti al G8 tra la zona rossa e le notizie su possibili rischi di attentati terroristici, sono andate comunque in tantissime a Genova anche dopo la morte di Carlo, quando un rischio effettivo a quel punto c’era.

Questo aspetto mi ha affascinato molto, ma è anche quello più interessante sotto un aspetto narrativo per le nuove generazioni che, al netto di quello che abbiamo sotto gli occhi con Fridays for Future per esempio, vivono uno stato di totale sfiducia nella politica e nella propria capacità di poter incidere, di poter essere loro a dare vita a un cambiamento nella società.

L’idea del documentario con le interviste è nata successivamente, quando mi sono resa conto che per rendere partecipi i ragazzi avevo però bisogno di confrontarmi con chi aveva vissuto Genova: insomma, mi si era posta di fronte innanzitutto una necessità storiografica. Con il documentario l’intento è quindi quello di raccontare i fatti, mentre con lo spettacolo vorrei andare in una direzione, se vogliamo, più filosofica.

Perché questa scelta del nome per il progetto?

Perché da una parte richiama in lettere l’anno 2001 ma anche perché lanciamo il progetto dopo i primi vent’anni da quei fatti. Il nome completo è Genova Venti Zerouno – Il mondo che verrà, come spesso accade in fase di raccoglimento delle idee, nasce casualmente, ma è piaciuto subito e quindi è rimasto tale, trascrivendolo in lettere per rendere più esplicito il gioco di parole.

Per i ragazzi di oggi, capire Genova può essere una chiave per capire il mondo di oggi? Un mondo che ha solo vent’anni in più, ma che è cambiato molto?

Sì, è cambiato moltissimo il mondo in questi vent’anni, ma per molte altre cose è rimasto esattamente lo stesso. Le istanze di lotta del movimento altermondialista, per esempio, erano le stesse di oggi: le questioni legate al lavoro, all’ambiente, alle migrazioni, al diritto alla cura, ai diritti delle donne. E il fatto che queste istanze siano ancora lotte aperte è il motivo per cui spesso si sente dire che “avevamo ragione noi”.


La differenza è solo che oggi molte di queste questioni si sono radicalizzate perché è aumentata l’urgenza di trovare una soluzione. Il nostro obiettivo è riuscire a smuovere giovani coscienze arrivando da un momento storico in cui abbiamo vissuto tanti fallimenti, dove anche la capacità di incidere in una protesta di piazza è diminuita, l’atteggiamento della politica nei confronti dei movimenti è cambiato, passando dalla repressione pura di Genova a una fase di totale indifferenza e non ascolto nei confronti di chi scende in piazza, iniziata nel 2004 e proseguita nel 2010/2011 con le lotte all’austerità e la questione del debito.

Arriviamo a oggi dove vige un fenomeno di “washing”: la politica fa solo finta di ascoltare le istanze dei movimenti, mette su perfino dei Ministeri che dovrebbero regolamentare la transizione ecologica, ad esempio, ma non c’è azione tangibile.
La nostra sfida è quindi quella di trovare nuove forme di lotta che possano riaccendere la conflittualità e farci prendere di nuovo sul serio dalla politica.

Io non ho risposte, ma con questo progetto so che vogliamo dare consapevolezza di cosa è stato il passato recente, spesso dimenticato dai programmi di storia scolastici. Avere consapevolezza ti fa capire meglio in che contesto vivi e ti può dare spunti sul tuo modo di vivere il presente e capire che tutto è politica, e che quindi la voce del singolo conta eccome.

Da un lato però sono felice che questo vuoto ci sia stato, perché mentre per noi che abbiamo vissuto Genova – anche solo da lontano, ereditandone la ferita – il distacco delle nuove generazioni dalle vicissitudini di quei giorni ha permesso loro di trovare una nuova scintilla creativa, un nuovo entusiasmo anche dal punto di vista internazionale: questo significa che c’è modo di cercare questi nuovi modi di farsi sentire dalla politica, adattando le forme di lotta al mondo contemporaneo. Banalmente, calandoci nella realtà della pandemia che stiamo vivendo o sfruttando la potenza dei mezzi di comunicazione che abbiamo oggi.

Per i ragazzi del dopo-Genova sarebbe sorprendente scoprire che, sempre in quegli anni, ci sono stati anche importanti esperimenti mediatici collettivi e che quindi non è nuovo nemmeno questo modo d’uso della tecnologia, al netto del diverso stato di evoluzione delle tecnologie tra i due periodi.

Il logo di Indymedia.

Esatto. Su certe cose sembra di essere in una novità quando invece sei in una continuità storica. Ma d’altro canto nemmeno io me ne sono resa conto finché non sono stata a Genova e ho parlato con Mark Covell, giornalista inglese di Indymedia finito in coma a causa delle manganellate subite durante il blitz alla Diaz.

Lui mi ha spiegato che concettualmente sono stati proprio loro a inventare i social, perché nella riappropriazione del mezzo di comunicazione avevano capito il potenziale di Internet e hanno creato le prime piattaforme utilizzabili anche da chi non aveva competenze informatiche, rendendo il web uno strumento democratico. Certo è che solo oggi Internet si può considerare un mezzo di comunicazione di massa, per questo solo oggi è così determinante nelle vite di ciascuno di noi.

Come vedi il mezzo artistico centrato su un tema così particolare e rivolto anche a un pubblico così giovane?

Credo che il mezzo artistico sia un mezzo privilegiato, perché ti permette di entrare in comunicazione in un modo che si spera non sia noioso e che permette invece di tenere alta l’attenzione su delle questioni. Per me il teatro, quando è fatto bene, lancia dei semi e apre delle finestre. Sta poi al singolo spettatore prendere quel seme per farlo crescere o uscire dalla finestra e guardare cosa c’è fuori.

Non mi interessa indottrinare o dare delle letture univoche, ma porre quelle stesse questioni che ci poniamo noi quotidianamente veicolandole in un modo che possa renderle vive anche nella coscienza di un quindicenne, perché la politica non è qualcosa di staccato dalla nostra quotidianità, anzi vi incide molto e il fatto che ci sia un surriscaldamento globale, l’aumento delle bollette e un sacco di altre dinamiche è tutto frutto di un sistema capitalistico che permea le nostre esistenze a 360 gradi: è importante rendersi conto che non è scontato che sia così.

Certo, si tratta di un sistema impostato così da tantissimo tempo, però non è detto che debba per forza rimanere così in tutti i suoi aspetti. Intanto puoi cercare di scardinare delle dinamiche, puoi cercare di crearti uno spazio più a tua misura, più giusto, più comodo. Per me si tratta di un sogno che, come tale, vale la pena seguire e per cui è necessario rimboccarsi le maniche e lottare. E tramite Genova Venti Zerouno chiedere a chi legge, guarda, ascolta: è così anche per te?

Qui torna la figura di Carlo Giuliani: perché è uno che ci credeva, perché pensava che fosse giusto essere lì in quel momento e non perché fosse un invasato, un distruttore o uno che si è trovato lì per caso, era una persona che aveva capito che era giusto essere lì in quel momento.

Dunque far conoscere la figura di Carlo Giuliani e il modo in cui è stata raccontata dai media è anche un modo per far riflettere i ragazzi di oggi sullo stesso modo in cui vengono semplicisticamente etichettati come “choosy” e “bamboccioni”?

Non ho una risposta esatta a questa domanda perché ci stiamo interrogando molto su questo, ma so che comunque i ventenni di oggi, nonostante siano solo dieci anni più piccoli di me, vivono e si approcciano al mondo in un modo molto diverso da come ha fatto la mia generazione. Questo mi sta dando molto da pensare su cosa può funzionare, su cosa li può far emozionare, accendere, cosa può parlare loro.

Porto avanti questi interrogativi con Salvatore Zappia, drammaturgo con il quale sto lavorando per lo spettacolo: io mi focalizzo sulla questione nichilismo e pessimismo di fondo dei ragazzi, mentre lui riflette sul passaggio di testimone tra le generazioni, non tanto in quanto padri e figli ma in quanto generazioni di attivisti. Quelle le stesse persone che lottavano trent’anni fa oggi magari sono le stesse che fanno fatica a fare la raccolta differenziata perché viviamo in un mondo in cui è difficile scardinare un’abitudine radicata nel proprio background culturale, ed è proprio questa affezione alle abitudini a rendere impossibile una rivoluzione.

Ciò che vorremmo provare a creare, infatti, è anche un ponte tra le generazioni. Si tratta di trovare il modo – e il teatro può essere magico in questo – di fornire un quadro che non sia piatto o superficiale, ma che riesca a tenere dentro le contraddizioni che la realtà ha.

Ci piacerebbe che dopo lo spettacolo le persone – adolescenti e non – provassero una sensazione di speranza nell’azione, vorremmo che nella loro testa si accendesse questo pensiero: “È dura, sì, è faticoso, sì, potrebbe non servire a niente, sì. Però vale la pena farlo comunque.”

Cosa avete trovato a Genova quando siete andati a intervistare le persone per il documentario? 

Tanta accoglienza, cosa per niente scontata dato che abbiamo parlato con persone che hanno vissuto una manipolazione del loro vissuto e della loro narrazione in senso negativo, una strumentalizzazione che ha giustamente instillato in loro una diffidenza di base. Infatti, nei mesi precedenti alla realizzazione delle interviste, quando abbiamo preso i primi contatti online, non potendo andare lì direttamente a causa delle restrizioni per la Covid, questa diffidenza l’abbiamo percepita. Ma una volta arrivati a Genova questa barriera è caduta: tutti ci hanno accolto con grande cura, entusiasmo e gratitudine nonostante fossimo troppo piccoli per essere a Genova vent’anni fa. Anzi, loro hanno considerato questo come un motivo in più per aprirsi.

Ecco, questo è stato disarmante, non ce lo aspettavamo proprio e ha contribuito a rendere intenso il vissuto di quei giorni. Siamo proprio entrati in intimità con quelle persone, al punto che siamo venuti via con la sensazione di conoscerle da sempre, nonostante il tempo effettivo trascorso a fare interviste sia stato di 48 ore.

E poi c’è un aneddoto bellissimo per noi: quando Mark Covell ha saputo del nostro progetto era entusiasta del fatto che noi volessimo parlare proprio nelle scuole e ha iniziato a sponsorizzarci a chiunque, andava in giro con il nostro badge, con il nostro logo che si è fatto regalare, presentandoci a tutti i giornalisti e attivisti. Ha perfino rilasciato un’intervista a una rete tv nazionale indossando il nostro badge. Ha trascorso tanto tempo con noi, era come se ci avesse adottati durante quei giorni ed è stata una sensazione bellissima.

Avete già in mente altre forme progettuali con cui lavorare sulle vostre idee?

Vorremmo creare un progetto educativo per le scuole da far andare in parallelo o insieme ai prodotti artistici e un archivio con tutte le venticinque ore di girato delle interviste, per ovvie esigenze non tutte presenti nel documentario e che però costituiscono materiale interessante da mettere a disposizione delle scuole in modo che insegnanti, educatori, chiunque abbia voglia di parlare di questo argomento abbia del materiale di riferimento a cui rifarsi.

Inizialmente, in fase di valutazione dei tempi di realizzazione, quando abbiamo capito che non avremmo fatto in tempo a uscire per la data del ventennale ci siamo posti dei dubbi sulla bontà del progetto, ma riflettendoci abbiamo capito che è meglio così, perché non vogliamo che l’interesse che finalmente si è acceso su Genova muoia con il finire del 2021, è una cosa che deve continuare.

L’idea è quella di lavorare, scavare perché questa cosa perduri negli anni a beneficio della collettività. Ed è anche per questo motivo che puntiamo molto sul crowdfunding per finanziarci: crediamo che Genova 2001 debba divenire una memoria collettiva e in quanto tale ci farebbe piacere vedere una collettività che collabora alla creazione di questo progetto, ognuno come può. Intanto però abbiamo come partners Emmaus Italia, Geometria delle Nuvole, un’associazione di teatro alla quale Genova Venti Zerouno fa riferimento e che si occupa della parte del progetto educativo da portare nelle scuole, e Un Ponte Per, la quale invece ci sponsorizza per quanto riguarda la produzione del documentario.

Il logo di Genova Venti Zerouno. Photo credit: pagina Facebook del progetto.
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