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La Fondazione Einaudi risponde a Conte: vuole pubblicare tutti i verbali? Non attenda neanche un giorno

L’avvocato Andrea Pruiti, tra i firmatari della richiesta di accesso agli atti: la decisione sul lockdown venne anticipata dai media già sabato. Fu questo a indurre i cittadini alla fuga dal Nord

Verbali sì, verbali no. Lockdown sì, lockdown no. Dpcm sì, dpcm no. Sembra che in politica (sanitaria) si ripropongano le medesime altalene cui in questi mesi ci ha abituati la sanità (mediatica). Così accade in Italia nell’anno 2020 che una accreditata onlus di studi e ricerche – la Fondazione Einaudi – faccia richiesta di accesso ad atti pubblici – nella specie i verbali del Comitato tecnico-scientifico posti alla base della decretazione d’urgenza in corso di pandemia – per vedersi opporre un secco no dal Dipartimento della protezione civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Accade poi che gli avvocati della Fondazione Rocco Mauro Todaro, Vincenzo Palumbo e Andrea Pruiti Ciarello non si accontentino di quel diniego e vadano avanti fino a ottenere dal Tar Lazio una sentenza che dispone la produzione degli atti elaborati in corso di pandemia dal Comitato tecnico-scientifico. Accade che il Governo a stretto giro impugni quella sentenza dinanzi al Consiglio di Stato, che ne sospende l’efficacia fino al 10 settembre, lasciando di fatto aperta la questione di merito. Segue adempimento volontario da parte della Presidenza del Consiglio, con pubblicazione dei cinque verbali richiesti. E segue la iosa mediatica delle polemiche interpretative, con relative strumentalizzazioni politiche/elettorali.

“Ecco, questo mi preme proprio sottolinearlo: da parte nostra non c’è stata alcuna valutazione politica intesa come partitica”, reagisce Andrea Pruiti Ciarello, del team legale della Fondazione Einaudi. “Se politica abbiamo fatto, si tratta di Politica con la P maiuscola, intesa come cura degli interessi della società. Una battaglia di civiltà giuridica, di grande etica civile, aldilà degli interessi di parte”, ci dice.

Andrea Pruiti Ciarello

Cominciamo dall’inizio: perché avete impugnato i verbali?

“Ritenevamo e riteniamo che i dpcm (decreti della presidenza del Consiglio dei Ministri) così come emanati fossero viziati da nullità e comunque che non fossero perfettamente legittimi poiché mancanti di una parte della motivazione molto importante: quella relativa ai verbali del Comitato tecnico-scientifico”.

Una questione quindi meramente giuridica?

“Certo. I verbali del Comitato tecnico-scientifico rappresentavano la situazione di fatto in base alla quale venivano emanati i Dpcm, dunque ne rappresentavano un elemento essenziale. Abbiamo fatto un discorso di metodo e non di merito: abbiamo contestato i dpcm perché mancavano di questi documenti”.

Dopo la pubblicazione sono sorte molte polemiche. Prima fra tutte la consistenza di quei verbali, che effettivamente appaiono un po’ scarni.

“Abbiamo appreso soltanto adesso che esistono almeno altri 94/95 verbali. Quelli che abbiamo ottenuto si fermano al 14 aprile, data cui risale la nostra prima richiesta di accesso agli atti”.

Conte ha dichiarato domenica da Ceglie Messapica che li renderà tutti pubblici, perché non c’è alcun segreto di Stato.

“Bene, aspettiamo che lo faccia senza perdere neanche un giorno”.

Se non dovesse accadere la Fondazione andrebbe avanti?

“Auspico davvero che non ce ne sia bisogno. Ritengo però che ormai siano già in corso migliaia di accessi agli atti da parte di giuristi, giornalisti, cittadini”.

Dice che avete fatto da apripista?

“Attraverso l’istanza di accesso civico generalizzato tutti i cittadini italiani possono fare altrettanto. Si è trattato per noi di una battaglia di civiltà giuridica, di trasparenza. E certo, pensiamo di aver dato agli italiani uno strumento per fare tutti chiarezza, abbiamo indicato una strada che tutti possono percorrere”.

Lei dice quindi che un qualunque cittadino potrebbe ottenere in visione altri documenti?

“La sentenza del Tar è comunque spendibile da tutti”.

Quanto alle polemiche di merito, a chi lo accusava di aver deciso da solo il lockdown esteso all’intero territorio nazionale contro lo stesso parere del Cts, Conte ha risposto che dopo il verbale del 7 marzo è cominciata la fuga da Nord a Sud. Dunque che ha dovuto chiudere tutto per proteggere dal contagio il resto della nazione.

“Conte dimentica però che l’annuncio di un Dpcm di chiusura totale circolava già da sabato 8 marzo. E che quel flusso da Nord verso Sud fu indotto proprio da questo, dalla paura di rimanere bloccati sine die“.

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