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#USA2020. Facebook, Google e Twitter in audizione al Senato USA

Zuckerberg, Dorsey e Pichai stanno diventando degli habitué di Capitol Hill. Ancora una volta i parlamentari americani hanno voluto chiamare a rapporto i CEO di Twitter, Facebook e Alphabet Inc. per riferire su come queste aziende gestiscono i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme social e in che modo hanno intenzione di comportarsi nei ultimi giorni di contesa elettorale.

Zuckerberg, Dorsey e Pichai stanno diventando degli habitué di Capitol Hill. Ancora una volta i parlamentari americani hanno voluto chiamare a rapporto i CEO di Twitter, Facebook e Alphabet Inc. per riferire su come queste aziende gestiscono i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme social e in che modo hanno intenzione di comportarsi nei ultimi giorni di contesa elettorale.


L’iniziativa per questa chiacchierata fra gli amministratori delegati dei tre giganti digitali è partita dai senatori repubblicani preoccupati per l’influenza che queste aziende possono esercitare sull’opinione pubblica mentre il paese sta andando alle urne.
I dubbi del GOP, il Grand Old Party dei repubblicani, erano iniziati l’11 maggio 2020 quando il responsabile per l’Integrità di Twitter, Yoel Roth, dichiarò che la piattaforma aveva deciso di applicare delle etichette di avviso sui tweet contenenti disinformazione. In quella data Roth spiegò che l’azienda si apprestava a fare ciò “per fornire spiegazioni o chiarimenti aggiuntivi in situazioni in cui i rischi di danni associati a un tweet erano meno gravi ma in cui le persone potevano comunque essere confuse o indotte in errore dal contenuto.” Il responsabile poi aggiunse “Queste etichette si applicheranno a chiunque condivida informazioni fuorvianti che toccano i requisiti delle nostre linee di condotta, compresi i leader mondiali”. In parole povere, Twitter era pronto a marchiare come imprecisi o errati tutti i post che non avrebbero rispettato gli standard (Civic Integrity policy) tracciati dal social network e attraverso l’apposizione dell’etichetta avrebbe anche ridotto la circolazione di questi contenuti, senza stare a guardare in faccia nessuno, neanche un super diffusore di messaggi controversi come il presidente Donald Trump.


Dagli annunci si passò alla pratica il 27 maggio con Twitter che etichettava i tweet sul voto via posta pubblicati dal presidente americano. Era la prima volta che una cosa del genere accadeva a un capo di stato e alla sorpresa di tutti si accompagnò all’indignazione dei sostenitori di Trump, che immediatamente gridarono allo scandalo. Per tutta risposta, la piattaforma social rilasciò una nota in cui affermava che l’azione implementata nei confronti del presidente non cadeva nella categoria fack-checking ma semplicemente forniva ulteriori informazioni, per poter meglio contestualizzare.
In quell’occasione il presidente degli Stati Uniti non aspettò le spiegazioni di nessuno e il 29 maggio si presentò alla nazione con un ordine esecutivo pensato per togliere a tutti i social l’ombrello protettivo costituito dalla sezione 230 del Communications Decency Act (47 U.S.C. 230) che di fatto solleva le piattaforme da ogni responsabilità rispetto a quanto pubblicato dai loro iscritti. Trump in realtà non aveva il potere di intaccare una legge decisa in parlamento ma il suo fine era probabilmente quello di spaventare gli amministratori e gli azionisti dei social media.

Tuttavia la sua mossa non ebbe grande effetto anche perché di lì a poco le piattaforme si trovarono sotto la pressione di qualcuno per loro molto importante, ovvero gli inserzionisti che chiedevano maggior interventismo contro gli incitamenti all’odio (hate speech) comparsi sui social durante le proteste del movimento Black Lives Matter dopo l’omicidio di George Floyd. A un certo punto social quali Facebook e Twitter si ritrovarono con alcuni dei grandi clienti, fra cui Unilever, Verizon e Coca-Cola, decisi a interrompere i loro investimenti pubblicitari per spingere le piattaforme a frenare i profili che stavano usando i social per incitare alla violenza e alla discriminazione razziale. In quei giorni il presidente Trump fu pure lui molto prolifico sui social network, con contenuti ritenuti da molti piuttosto discutibili se non proprio pericolosi e anche in quella circostanza i suoi post finirono sotto la lente dei social, primo fa tutti Twitter.


Nel giro di pochi mesi, con il Covid in circolazione accompagnato da una devastante disinformazione, le proteste contro il razzismo che si accendevano nelle strade attorno al mondo e le elezioni americane in avvicinamento, diversi social media si trovarono a dover prendere delle decisioni importanti e impattanti sulla strategia comunicativa dei loro utenti, fra cui Donald Trump. Dopo una prima titubanza, criticata anche da molti suoi dipendenti, pure Facebook prese la decisione di intervenire sui post del presidente mentre altri social come Snapchat scelsero di ridurre la circolazione dei suoi contenuti, impedendogli di accedere alle sezioni di maggior traffico presenti sulle loro piattaforme.
Questa sequenza di misure attivate dai social network è dunque andata a toccare le priorità comunicative di Donald Trump, che pensava di poter agire esattamente come nel 2016. In quella tornata elettorale lui fu l’unico ad avvantaggiarsi grazie a un uso scaltro delle piattaforme social ma quest’anno quelle aziende si sono messe di traverso, cercando di impedire a lui e ai suoi seguaci di far girare qualsiasi voce, qualsiasi speculazione o leggenda senza batter ciglio.


Negli ultimi mesi più di qualche post di Trump è stato marchiato con un avviso che lo declassava, o coperto da un’etichetta che ne rendeva difficile la visualizzazione e in qualche caso si è arrivati fino alla rimozione. Tutto ciò ha ovviamente indispettito l’inquilino della Casa Bianca che ha stimolato i suoi parlamentari a mettere sotto torchio i dirigenti delle società a capo dei social media che a lui sono più utili, cioè Twitter, Facebook e YouTube.
Così si è arrivati all’ennesimo interrogatorio al Senato, con eletti repubblicani e democratici a battere ognuno sul proprio tasto. Quelli che però si sono dimostrati più motivati nell’ambito della discussione sono sicuramente i membri del GOP, che hanno fortissimamente voluto questo appuntamento, considerandosi parte lesa nell’ambito dell’ecosistema dei social.


Infatti, secondo i Rep le piattaforme stanno remando contro i conservatori e ostacolano la libera circolazione del loro pensiero mentre a sentire i democratici il problema è totalmente l’opposto, con i social che non fanno ancora abbastanza per bloccare la diffusione di contenuti fuorvianti, di notizie false o teorie infondate. In aggiunta a tutto ciò, i senatori Dem si sono dichiarati molto critici con i loro colleghi del GOP accusandoli di aver organizzato l’audizione per bullizzare tutti assieme le piattaforme social e spingerle a essere più lassiste, a lasciar circolare alcuni post controversi che fanno comodo a Trump e i suoi. Andando più nel dettaglio, senatori democratici come Richard Blumenthal (Connecticut), Brian Schatz (Hawaii) e Jon Tester (Montana) hanno affermato che questo ultimo interrogatorio al Senato era una vergogna e che l’unica ragione dietro il suo svolgimento era l’intenzione del Partito Repubblicano di ottenere mano libera sui social media nei giorni a ridosso dell’Election Day e poi anche nelle giornate successive quando, in caso di testa a testa fra i due candidati alla presidenza, potrebbe tornare comodo far girare determinati messaggi. Il timore dei Dem infatti è che in quei momenti qualcuno possa soffiare sul fuoco dal balcone dei social network e convincere la popolazione che c’è qualcosa che non va, che sia in corso d’opera una grossa fregatura e ciò, in combinazione con l’importante quantità di armi venduta quest’anno negli Stati Uniti, potrebbe condurre a situazioni molto pericolose.


In tal senso si è poi espressa anche la senatrice democratica Tammy Baldwin (Wisconsin). Questa, premettendo che l’interrogatorio al Senato faceva parte di un tentativo di facilitare la narrazione dei fatti proposta da Donald Trump, ha voluto portare due esempi pratici di uso dannoso delle piattaforme social. All’aula sono stati mostrati due casi di studio di cui il primo era costituito da due tweet di Trump, datati 11 e 27 ottobre, che diffondevano informazioni errate sul Covid e il secondo proponeva un post di Facebook in cui una milizia chiamata Kenosha Guard (Armed Citizen to Protect our Lives and Properties) invitava la gente a raccolta, per reprimere in modo violento le rivolte nella città di Kenosha. Due esempi inquietanti di cui uno, quello riferito al presidente, era stato oggetto delle attenzioni di Twitter che per lo meno lo aveva etichettato, mentre l’altro non aveva subito alcuna limitazione da parte di Facebook, nonostante le innumerevoli proteste di molti utenti. A tutto questo la senatrice ha poi aggiunto degli accenni ad altri casi gravissimi, come i tentativi di usare i social per reclutare persone atte a fare deterrenza al voto presso i seggi, oppure il tentativo di rapimento della governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, da parte di individui che si scambiavano informazioni e si organizzavano all’interno di gruppi di Facebook. Tutti sintomi gravi di qualcosa di peggiore che potrebbe ancora venire se i dirigenti dei social media non si impegnassero a fondo, per evitare l’uso degenerato e strumentale dei loro network.


Sul caso di cronaca riguardante Gretchen Whitmer ha indagato nel dettaglio il senatore democratico Gary Peters (Michigan), ritenendo questo episodio un chiaro esempio di come un social network possa diventare un ambiente di coltura, reclutamento e supporto alla logistica per gruppi estremisti, capaci di implementare le azioni più assurde e talvolta criminali. Nel caso del tentato rapimento della governatrice del Michigan un gruppo (Wolverine Watchmen) aveva usato anche il network di Zuckerberg per raccogliere adepti e discutere iniziative criminali da intraprendere ma, per fortuna, questi piani sono stati intercettati in tempo e sventati, anche con il supporto di Facebook che ha collaborato con l’FBI.
Su questa questione Zuckerberg ha affermato che per la sua azienda questi gruppi sono equiparabili alle organizzazioni terroristiche e che Facebook si è dotato di un sistema di controllo che rileva i potenziali pericoli. Poi, ha spiegato, i segnali da loro captati vengono notificati alle forze dell’ordine con cui, dice l’amministratore delegato, negli ultimi quattro anni si è andato a costituire un rapporto di sempre maggiore collaborazione.
Invece, in merito al caso dei Wolverine Watchmen e del loro folle piano per rovesciare il governo del Michigan, Mark Zuckerberg ha raccontato: “Noi abbiamo identificato quello come un segnale e comunicato con l’FBI, credo sei mesi fa, quando si sono iniziate a vedere alcune attività sospette nell’ambito della nostra piattaforma”. Secondo quanto affermato dal CEO di Facebook, procedure come quelle implementate dalla sua azienda in tale occasione sono semplici attività di routine e non un’eccezione.


Interessante, nell’ambito dell’incontro al Senato, è stato anche l’apporto della senatrice Amy Klobuchar (Minnesota) che ha esordito chiedendo a Mark Zuckerberg quante persone accedessero a Facebook ogni giorni e quanti soldi gli arrivassero dalla politica in termini di inserzioni e campagne di social marketing. A domanda il CEO di Facebook ha risposto di avere “più di due miliardi” di utenti in accesso ogni dì, mentre non si ricordava esattamente la cifra incassata dall’esecuzione di campagne per conto dei partiti politici, affermando però che si trattava di una porzione ristretta della sua torta d’introiti. Alla risposta di Zuckerberg la Klobuchar ha integrato magistralmente dicendo che i ricavi derivanti dal piazzare “political advertisement” (pubblicità politica) erano sicuramente una piccola fetta del suo totale ma comunque ammontavano a circa 2.2 miliardi di dollari e almeno 10.000 campagne eseguite dal maggio 2018 in poi. Poi la senatrice ha chiesto all’amministratore delegato di Facebook come funzionano i controlli sulla piattaforma e lui ha risposto che, per quanto ne sa, tutti i contenuti vengono scansionati dagli algoritmi e poi, in caso si ravvisi qualche criticità si procede con un controllo manuale a opera di uno dei 35.000 addetti che si occupano di questo tipo di lavoro per conto della sua società. La Klobuchar non ha dunque mancato l’occasione di dire a Zuckerberg che con tutti i soldi che guadagna potrebbe disporre controlli manuali su tutti i post direttamente legati alla politica.


Poi la senatrice del Minnesota ha toccato un altro punto molto interessante ovvero l’azione di algoritmi che spingono il pubblico verso contenuti più polarizzanti e, al contempo, funzioni che hanno il compito di appellarsi a meccanismi neurologici e psicologici per creare dipendenza e tenere gli utenti appiccicati alle piattaforme per più ore possibile. A tal proposito, la Klobuchar ha chiesto al CEO di Facebook se non lo disturbasse che questo tipo di strategie fossero applicate anche ai post di natura politica. Zuckerberg ha ovviamente respinto quell’interpretazione dei fatti e detto semplicemente che il suo social si preoccupava soltanto di far vedere ai sui iscritti quello che più gli interessava. Così la senatrice, ravvisata la reticenza dell’amministratore di Facebook è passata a interrogare Sundar Pichai di Google, nella vana speranza di fare il punto, sul fatto che spesso alle persone è reso particolarmente comodo incontrare contenuti che parlano di complotti o incitano ad azioni violente.
Google è un motore di ricerca che controlla circa il 90% delle richieste di informazioni via web e il 70% del “search advertising market”, una posizione di tale dominanza da porre ovvi dubbi sulla possibilità che possa esistere una concorrenza in quel mercato. Google fra le altre cose ha in portafoglio anche YouTube, un canale in cui ha trovato libera circolazione molta parte della disinformazione e delle teorie complottiste che oggi vanno tanto di moda. Nel caso ci si chiedesse cosa possa aver risposto Pichai alla domanda sulla concorrenza, ebbene, seppur gentilmente articolata la sua risposta è stata no, la competizione non manca (“Amazon è crescita significativamente negli ultimi due anni”).


Tutti questi dubbi non hanno invece trovato posto fra le considerazioni dei componenti del GOP che sembravano avere altre priorità e preoccupazioni. La loro posizione può essere facilmente illustrata citando il senatore Mike Lee (Utah) il cui intervento in aula è partito ritorcendo contro i tre illustri amministratori le loro stesse dichiarazioni di intenti. Il repubblicano ha infatti voluto leggere degli estratti dalle loro memorie in cui questi affermavano che sulle le piattaforme ci sarebbe stata la massima libertà di espressione e non era prevista censura sulle opinioni.
Nel proseguire il senatore ha poi sostenuto che, al di là delle belle parole, i social media si erano messi a sopprimere le voci dei conservatori e di fatto stavano dimostrando di essere condizionati da pregiudizi politici nella gestione dei loro network. Lee ha proposto anche alcuni esempi d’interferenza dei social nell’espressione del pensiero, iniziando dagli episodi riguardanti i post del presidente e continuando con gli interventi su alcuni contenuti pubblicati da membri dell’amministrazione Trump, o relativi a gruppi pro-life. Detto ciò, il senatore ha poi pensato di fare la prova del nove, chiedendo a Sundar Pichai, Mark Zuckerberg e Jack Dorsey qualche esempio di allerta scattato su contenuti di tenore progressista, o su post pubblicati da figure liberali. Fra il tre il più in difficoltà si è dimostrato Zuckerberg che non è riuscito nemmeno a citare, anche a grandi linee, qualche esempio di “censura” verso la sinistra. Dorsey e Pichai, pur senza andare troppo nei dettagli, hanno invece fatto riferimento ad alcuni casi in cui loro sono intervenuti su contenuti di parte democratica e liberale.
Mike Lee però non si è arreso e ha portato avanti la sua tesi, ribadendo la sproporzione fra le azioni intraprese contro il pensiero della destra e quelle fatte contro i contenuti pubblicati dai rappresentanti e dagli ambienti della sinistra. In aggiunta, Lee ha poi accusato le tre aziende di scrivere i loro termini d’uso e i codici etici specificatamente per escludere le opinioni dei conservatori.


In generale, tutti i repubblicani intervenuti all’audizione hanno denunciato un diverso trattamento nei confronti della loro parte. Senatori come Cory Gardner (Colorado), Rick Scott (Florida) e Ted Cruz (Texas) hanno fatto notare ai tre Chief Executive Officer di aver lasciato esprimersi indisturbate sui loro canali mediatici figure come lĀyatollāh Khāmeneī, o Nicolás Maduro mentre il presidente Trump è stato ripetutamente bacchettato e, a loro dire, censurato. Inoltre, i Rep hanno affermato che fra le piattaforme social e i democratici ci sono dei legami anche piuttosto stretti, con alcuni manager di queste aziende impegnati a elargire donazioni per le campagne elettorali dei Dem.
Fra tutti i senatori repubblicani quello sicuramente più aggressivo si è rivelato Ted Cruz, protagonista di un attacco a testa bassa verso la categoria dei social che a suo dire costituiscono “la più grande minaccia alla libertà di parola in America e la più grave minaccia nei confronti di elezioni libere e giuste”.


Secondo questo senatore le piattaforme social si sono permesse di fare cose incettabili, come censurare i contenuti pubblicati dal New York Post, una testata fondata nel 1801 da Alexander Hamilton e tuttora protagonista dell’informazione come quarto giornale americano per potere di distribuzione.
Quanto citato da Cruz riguarda dei post e dei tweet su cui le piattaforme sono intervenute per limitarne la circolazione, nel caso di Facebook, o impedirne del tutto l’accesso e la condivisione come invece ha fatto Twitter.
I contenuti di cui si parla erano stati pubblicati dal quotidiano New York Post e includevano un link che portava a degli articoli, di cui uno parlava di eventuali rapporti fra il figlio di Biden e la Cina mentre l’altro raccontava del materiale compromettente trovato nell’hard disk di computer in riparazione che, presumibilmente, apparteneva a Hunter Biden.
Poco dopo la pubblicazione di questi contenuti sui canali social sia Facebook che Twitter hanno deciso di intervenire, considerando il materiale su cui si era basato il giornale come “hacker material” cioè sottratto, ottenuto illegalmente.

Come ha spiegato Jack Dorsey di Twitter al Senato, il loro intervento rientrava nelle linee guida che si erano dati nel 2018 per “limitare la diffusione di materiali sottratti” e perché “non volevamo fare di Twitter un distributore di materiali ottenuti illegalmente”. Dunque, per Twitter, tutto ciò di cui non è chiara l’origine cade in una categoria sottoposta a forti limitazioni di visibilità.
La scelta interventista dei due social media ha immediatamente scatenato un putiferio perché in questo caso a subire le restrizioni era una testata giornalistica molto popolare. Ad ogni modo, fra i due social media quello che ha risposto in maniera più drastica e raccolto più critiche è stato Twitter, che poi se ne è anche un po’ pentito ravvisando lo sconfinamento nel territorio della libertà di stampa.


Le spiegazioni di Dorsey però non hanno impressionato il senatore Cruz passato subito a chiedere come fosse possibile che, a differenza del New York Post, il New York Times avesse ottenuto il semaforo verde per twittare gli articoli sulle tasse di Trump, basati su delle fotocopie ottenute dal giornale.
L’amministratore delegato di Twitter, con la tranquillità che lo contraddistingue, ha dunque spiegato a Cruz che la sua piattaforma aveva lasciato correre i tweet del New York Times perché questi non mostravano ne direttamente ne indirettamente del materiale sottratto a qualcuno, ma si limitavano a parlarne. Sottili differenze che hanno fatto aumentare i giri al senatore del Texas fino a farlo sbottare: “Signor Dorsey, chi diavolo vi ha eletti e vi ha incaricati di decidere su ciò che i media possono riferire e ciò che gli americani possono ascoltare? E perché vi ostinate a comportarvi come un Super PAC democratico, silenziando visioni contrarie alle vostre convinzioni politiche?”
Con calma olimpica e invidiabile mister Dorsey ha dunque ammesso l’esistenza di alcuni dei problemi sollevati dai senatori e ha affermato di voler migliorare il funzionamento della sua piattaforma per ottenere una sempre maggior trasparenza. Questo, ovviamente, era un modo elegante per dire a tutti che ci avrebbe fatto un pensiero, con calma e non sotto le elezioni.

I dubbi esposti durante l’audizione, dai politici di entrambe le parti, non dunque sono banali ne riguardano solo queste elezioni americane. Il problema di cosa sono in realtà i social media e in che modo funzionano va posto in un’ottica spazio-temporale più ampia. Oramai queste piattaforme riguardano e incidono la vita di miliardi di persone, impegnandone il tempo, influendo sul loro umore, influenzando a volte le loro opinioni e le loro decisioni. Questa a dire la verità non è una cosa che in passato non si sia mai fatta, con i mezzi allora a disposizione, ma la differenza è che questa volta ognuno di noi diventa un produttore di contenuti e questo cambia totalmente le regole del gioco, rendendolo molto più complesso.
I social network dal canto loro stanno cercando di mostrarsi un po’ più collaborativi, provando a rispondere alle critiche e talvolta collaborando con le forze dell’ordine, ma probabilmente ciò accade evitare dei problemi e delle contese con i governi piuttosto che per rendere un reale servizio ai loro utenti, che continuano comunque a essere oggetto di commercio.

Fonti: Reuters, New York Times

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