« Torna indietro

Dibattito Pence-Harris, ovvero lui, lei e la mosca

Per una volta che i candidati alla vicepresidenza potevano avere i riflettori tutti per loro è accaduto qualcosa che li ha fatti diventare il secondo e non il primo argomento della serata. Alla domanda ‘chi ha vinto il confronto?’ la risposta è ‘la mosca’, che non ha detto nulla ma ha catturato l’occhio di tutti.

Per una volta che i candidati alla vicepresidenza potevano avere i riflettori tutti per loro è accaduto qualcosa che li ha fatti diventare il secondo e non il primo argomento della serata. Alla domanda ‘chi ha vinto il confronto?’ la risposta è ‘la mosca’, che non ha detto nulla ma ha catturato l’occhio di tutti.


Ma riavvolgiamo il nastro, perché la mosca è solo il punto di arrivo di una decina di giorni vissuti pericolosamente, con il Covid che si infila di soppiatto sia alla Casa Bianca che al Pentagono.
Il 26 settembre al Giardino delle Rose viene presentata da Trump, con tanto di banda patriottica, Amy Coney Barrett ovvero la candidata dei repubblicani a occupare il seggio vacante alla della Corte Suprema. L’evento è importante e molte figure di spicco e di fiducia vengono invitate a partecipare, così si palesano, consiglieri, sottosegretari, senatori, graduati e l’immancabile la famiglia del presidente.
Nonostante la prudenza consigli l’uso delle mascherine, almeno quando le persone sono in piedi e interagiscono fra loro a distanza ravvicinata, nessuno si cura di questo aspetto. Chiunque parla con chiunque altro faccia a faccia, o addirittura all’orecchio, a volto totalmente scoperto come a credere che basti l’atmosfera e la reputazione della residenza presidenziale per tenere lontano il virus e proteggere i presenti.


Nei giorni successivi il calendario è fitto, Trump deve fare una serie discorsi negli stati chiave, deve partecipare a raccolte fondi per la sua campagna e soprattutto deve farsi allenare dai sui fedeli strateghi per arrivare pronto al dibattito televisivo, in diretta e in presenza, con l’avversario Biden.
Arriva il 29 settembre, il presidente e il candidato democratico si trovano uno di fronte all’altro, su Fox. Alle prime battute si capisce già che sarà dura, per i telespettatori. Il dibattito si rivela un macello, le voci si sovrappongono, le regole saltano, le dichiarazioni solo spesso imprecise se non totalmente false, soprattutto da parte di Trump che durante la serata mostra un notevole nervosismo.
I protagonisti sopravvivono entrambi all’esperienza ma Biden sembra quello che ne esce meglio, o almeno così indicano i sondaggi. Nei giorni successivi la campagna elettorale continua imperterrita fino a quando, giovedì 1 ottobre, la consigliera di Trump, Hope Hick, risulta contagiata dal coronavirus. Lei è molto, molto vicina al presidente e allora scattano i controlli. Venerdì Trump si butta su Twitter e annuncia alla nazione la positività al test sia per lui che per la moglie Melania. È come minimo la notizia del mese.

Dai test che vanno in esecuzione iniziano a emergere ulteriori positività e così, fra un’analisi e l’altra di cosa sia successo si scopre che alla Casa Bianca non è previsto che tutti i visitatori vengano sottoposti al tampone diagnostico. Questa procedura viene riservata infatti solo alle persone che risultano più prossime al presidente, ma queste durante i briefing e gli eventi poi si alzano e interagiscono con altri il cui posto a sedere è più lontano e così l’evento tenuto nel bel giardino, da poco risistemato a opera della first lady, diventa quello che gli esperti chiamano un “superspreading event” cioè un occasione di grande diffusione del coronavirus.
A rendere più preoccupante la situazione è poi il report fatto dai giornalisti presenti al candido Executive Residence che dichiarano di non esser mai stati contattati dallo staff della Casa Bianca, o funzionari affini, per essere a loro volta testati. Nessun contact tracing dunque, nessuna urgenza di verifica.
Nel frattempo il presidente si sente peggio, viene trasportato in un ospedale militare e curato con tutto il meglio presente sul mercato e anche fuori dal mercato. A sentire le sue parole poi è lui stesso a suggerire ai medici quale medicinale provare sulla sua augusta persona, ovvero il Regeneron (REGN-COV2), un trattamento sperimentale a base di anticorpi sintetici sviluppato da Eli Lilly con cellule derivate da tessuto fetale che, in vero, poco si attaglierebbero alle idee della parte cristiana conservatrice dell’elettorato di Trump.
Insomma, a forza di ascoltare i discorsi dei medici che compongono la sua task force contro il Covid è diventato dottore pure lui.

Le cure sembrano funzionare e Trump spinge per un rientro alla Casa Bianca in tempi record per dimostrare la sua forza, anche corporea. La tempra del leader deve essere evidente a tutti. In parallelo però continuano i tamponi sul personale della residenza presidenziale, i visitatori abituali e così si scopre che la dimora dei presidenti è un vero focolaio con ben 34 casi positivi accertati.
Una volta rientrato a casa si adopera per diffondere messaggi di ottimismo arrivando perfino a dire di essere stato benedetto da Dio per aver contratto al virus. E con questo mood, questo umore, il presidente si appresta ad assistere dal suo sofà al dibattito televisivo fra il suo vice, l’evangelico e tendenzialmente cortese ex governatore dell’Indiana Mike Pence e la senatrice Kamala Harris, ex procuratore generale della California con alle spalle studi alla Howard University e l’Hastings College of the Law di San Francisco. Lui bianco, di genitori cattolici e per di più democratici, corre per la riconferma nel suo attuale ruoli di vicepresidente, lei di colore è un bel mix culturale, con mare indo-americana e padre di origine giamaicana. Due mondi e due approcci al mondo.

E così Trump è bello comodo davanti alla tv, pronto a commentare in diretta lo show politico. Un presidente qualunque in un caso come questo si munirebbe pure di una bella birra fresca, o un bicchiere di vino, ma lui no, meglio la Diet Coke (la Coca-Cola dietetica)e questa volta forse neanche quella, causa virus.
Sono le 7 di sera, all’università di Salt Lake City entra in scena la moderatrice dell’incontro, la giornalista Susan Page, e a seguire i due sfidanti. Prima di iniziare vengono enumerate le regole del gioco e poi via con il primo tema da indagare, il Covid.
Questo è per Pence il peggior argomento con cui partire. Quando gli show televisivi iniziano c’è quasi sempre il maggior audience, che poi va scemando col passare dei minuti , e dover affrontare il punto dolente subito in avvia non aiuta di certo. Così la Harris ha gioco facile ad accusare il governo di essersi mosso tardi e male, di aver nascosto alla nazione le prime preoccupanti informazioni ricevute in gennaio, di aver causato una perdita di tempo preziosissimo e pure di aver tolto i fondi ai progetti di studio sulle malattie infettive emergenti. “Un totale fallimento pandemico”, così lo definisce lei.
Il vice di Trump dal canto suo risponde che il governo di cui lui fa parte ha creato una fortissima task force, ha spinto a sviluppare velocemente i vaccini contro il Covid.

Poi il focus si sposta sulla tassazione e qui Kamala Harris coglie l’attimo per parlare di Trump che è arrivato a pagare appena 750$ l’anno di tasse e al contempo risulterebbe avere un debito di 400 milioni di dollari con qualcuno che non si sa chi è. A quel punto Mike Pence contrattacca affermando che Biden arrivando nello studio ovale farebbe aumentare le tasse come prima cosa, mentre Trump quelle le taglia a vantaggio degli americani. Dunque inizia un batti e ribatti con lei che difende le idee di Biden sulla tassazione e cerca di spiegarle meglio mentre lui prova a interromperla sovrapponendo la sua voce. E a quel punto arriva uno dei due momenti più particolari e di maggior diffusione virale sul web. La Harris capisce che deve farsi rispettare e far rispettare le regole, con stile, così si rivolge a lui dicendogli “Mr. Vice President, I am speaking” (signor vicepresidente, sto parlando io).
Questa breve frase potrebbe sembrare banale ma non lo è davvero. Il modo deciso, orgoglioso ma al contempo elegante e non aggressivo con cui Kamala Harris rimette la conversazione sui binari delle regole sottoscritte da entrambi offre all’elettorato una bella immagine di lei. La fanno apparire come una donna che ha il pieno controllo di se e sa ricavare un po’ di spazio per la sua voce nell’arena delle opinioni. Il problema dell’uomo, del marito che non ascolta, che interrompe, quello si distrae e cambia discorso… lo conoscono molte donne, anche le ambite “suburbane” che Trump verrebbe tornassero a votare per lui, e questa scena casuale finisce per dire qualcosa soprattutto a loro.

Risolto il problema della sovrapposizione vocale la candidata a vicepresidente chiude poi il discorso parlando di investire gli introiti delle tasse, che i Dem vorrebbero più eque, in nuove infrastrutture, green Energy, innovazione, istruzione. Poi da questo punto l’attenzione si sposta sul tema dell’ambiente con un Pence sicuro che oggi come oggi non ci siano assolutamente più uragani di una volta, che il governo stia collaborando bene con governi locali per risolvere alcune problematiche e che non sia il caso di farsi condizionare dagli “allarmisti climatici”.
Ovviamente la sua avversaria ha un punto di vista un po’ diverso sull’argomento e Pence torna a picchiare sulle posizioni dei Dem in fatto di ambiente affermando che le loro politiche costeranno un sacco di posti di lavoro, fra cui quelli di chi lavora nell’industria delle estrazioni petrolifere operanti con la metodologia del fracking (fratturazione idraulica). Queste parole del vice di Trump trovano la pronta contestazione della Harris che afferma un’abolizione di quelle attività non siano nel loro programma.

In tutto ciò, mentre Pence e Harris si stanno civilmente fronteggiando in tv, il presidente non si dà pace e segue con interesse lo svolgimento della conversazione televisiva, accordandosi la libertà di twittare di tanto in tanto elogiando il suo campione e demolendo l’avversaria. Così fioccano messaggio come “Mike Pence sta andando alla grande! Le’ è una macchina gaffe” oppure “Mike Pence ha vinto alla grande!”, “Kamala Harris ha mentito ripetutamente e l’ha fatta franca“.

Intanto la serata prosegue ed emerge un altro tema di scontro, la Corte Suprema. Per il vicepresidente Pence è assolutamente legittimo per i repubblicani voler assegnare il seggio vacante alla SCOTUS (Supreme Court Of The United States) anche se si è a ridosso delle elezioni e che la figura di Amy Coney Barrett sia di altissimo profilo, per cui adatta a quel ruolo. La Harris allora ribatte portando all’attenzione del pubblico l’esempio dei uno padri degli Stati Uniti ovvero Abraham Lincoln che nel 1864, pur avendo la possibilità di nominare un nuovo giudice ma vedendo che si era già a 26 giorni dalle elezioni presidenziali, decise di rinunciare. L’argomento della Corte Suprema poi conduce ad alcune considerazioni sulla candidata alla SCOTUS proposta dal presidente. Questa donna di 48 anni e sette figli è molto religiosa, una cattolica praticante, e allora ci si chiede se inserire della rosa dei giudici un ennesimo giudice conservatore non possa mettere in pericolo non solo la legge sula cura dei malati cronici ed ereditari ma andare anche a modificare la legge sull’aborto. Su questo punto, molto delicato, la Harris non ha problemi ha rispondere a Mike Pence deve essere ogni dona a decidere del suo corpo, non Trump. Poi, sempre parlando di giudici Kamala ricorda a Pence che il suo presidente ha nominato diversi togati alla Corte d’Appello ma nessuno di questi, guarda il, caso è nero. Ma anche Pence ha qualcosa da dire sulla legge ricordando come la Harris, in veste di procuratore generale, non abbia portato molte migliorie ma piuttosto condannato severamente diverse persone di colore.

Poi la palla cade nel campo della politica internazionale, della lotta al terrorismo e delle forze armate. Pence accusa il governo Obama-Biden di non esser riuscito a salvare Kayala Muller, una ragazza americana rapita nel 2013 dall’Isis che prima di essere uccisa fu violentata, si dice, proprio da Al-Baghdadi che l’aveva scelta come moglie. Questo racconto riportato alla memoria dal vice di Trump è forse il momento del dibattito in cui la Harris è più difficoltà a rispondere, perché di forte impatto emotivo. Tuttavia, la candidata vice di Biden se la cava e affronta Mike Pence su un altro punto della politica estera statunitense cioè l’abbandono, a suo dire, degli alleati tradizionali, il ritiro da alcuni accordi e trattati internazionali, che rimessi in questione hanno generato effetti negativi pure negli USA.

Quanti argomenti impegnativi proporne la serata, in cui più ci si inoltra più è difficile mantenere la concentrazione. Magari si è pure stanchi dopo un’intensa giornata lavorativa e di cure verso la propria famiglia. Una vera impresa focalizzarsi e ancor più difficile capire quali bugie abbiano eventualmente sganciato i due contendenti. Ci vorrebbe un elemento di discontinuità che puntellasse la palpebra calante. Ed è li che interviene lei, la mosca. Un insetto che rivela un’inaspettata voglia di farsi notare e, potendo scegliere fra la candidata vice democratica e il candidati vice repubblicano punta sul secondo, i cui capelli bianchi le garantiscono la massima visibilità. Se  fosse stata in un contesto naturale una scelta così le sarebbe costata la vita perché qualche uccello l’avrebbe notata all’istante e acchiappata, invece nel contesto mediatico la sua mossa le ha garantito la massima visibilità con il minimo sforzo. Un genio del marketing. La parentesi del dittero però dura poco, appena un paio di minuti e poi tutto ritorna alla consueta routine, con chiacchiere su posizioni inconciliabili, interpretazioni alternative del presente e del recente passato, idee non ben definite per il futuro e via dicendo.

Andando verso la fine del confronto il focus torna ancora una volta dalle parti del Covid, ma questa volta per chiarire le posizioni delle due parti sui vaccini. Ovviamente Pence è entusiasta del lavoro che si sta facendo, anche perché è proprio lui il capo della task force contro il virus. Secondo il vicepresidente gli scienziati, anche grazie al supporto governativo, stanno andando verso il vaccino Covid a una velocità mai vista prima e, secondo lui, il governo Trump ha un gran merito in questo. La nota stonata arriva invece da Kamala Harris che, totalmente priva di fiducia verso il presidente dichiara di essere disposta all’inoculazione solo se a garantire che il prodotto è buono e sicuro fosse il dottor Fauci o altri suoi pari, mentre se percepisse che dietro le autorizzazioni all’uso si nascondesse Trump allora lei non vorrebbe farsi iniettare un bel niente. Questa sua affermazione ha certamente ispirato qualche perplessità in un momento delicato come questo in cui il 50% degli americani non vedono di buon d’occhio i vaccini Covid temendo vengano certificati, prodotti e distribuiti solo per fini elettorali. Ogni dichiarazione riguardante prodotti dedicati alla salute andrebbe pesata e modellata con cura, immaginando sempre quale effetto potrebbe avere sull’opinione pubblica.

Così, tema dopo tema, si arriva in fondo al dibattito televisivo e ci si chiede: cosa resterà di tutto ciò nella testa della gente? Domanda lecita. Ebbene, a un tot di ore dalla messa in onda gli elementi che hanno fatto più presa sono stati due: uno è quel “I am speaking” di Kamala Harris che ormai è sulla bocca di tutti mentre l’altro è senz’altro la mosca impudente, che ha deciso di usare il vicepresidente americano Mike Pence come posatoio generando ogni sorta di battuta, vignetta e meme, senza contare l’originale iniziativa della campagna Biden che subito dopo il dibattito si messa a vendere dei scacciamosche  con sopra la scritta “Truth over flies” (la verità sopra mosche). I gadget, il cui prezzo è 10$, sono andati tutti  e velocemente in sold out.


Fonti: ABC, CNN, Bloomberg, New York Times

Edizioni