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Natale

Il Natale rubato per sempre alle vittime di femminicidio

Pubblicato il 24 Dicembre, 2021

“Siamo arrivati all’ennesimo Natale. Ha tutto un sapore amaro e pieno di mancanze e tanto buio”.

Vera Squatrito è una donna forte, fortissima. Ma nulla può lenire l’atroce sofferenza che gli è stata imposta dal balordo che le ha strappato via Giordana, l’amatissima Giordana Di Stefano, uccisa dal padre della sua bambina, della piccola Asia, il 7 ottobre del 2015.

Da allora si sono spente le luci, si è spento il Natale, quello che per chi piange le vittime di femminicidio sintetizza la violenza subita, quel che mai più sarà.

“Mancano i colori, quelli che illuminano la vita. Tra i ricordi un Natale insieme, dove le luci illuminavano la nostra casa. Voi due la mia ragione di vita, l’amore più grande per una madre. Nonostante tutto resta sempre un ricordo bellissimo con un vuoto incolmabile di dolore”, condivide con parole struggenti e la foto di Giordana con la sorella Erika in un Natale di festa, di vera festa, di vera gioia, di doni e sogni, purtroppo spezzati.

Giordana ed Erika Di Stefano

La voce di Vera è la voce delle vittime collaterali di chi uccide, condannate a un ergastolo della vita dal quale cercare quotidianamente, disperatamente, coraggiosamente di evadere.

La Sicilia anche nell’anno che stiamo lasciandoci alle spalle è stata funestata da una orrenda serie di morti, di ragazze, donne, madri, figlie, sorelle, amiche, semplici conoscenti o sconosciute diventate parte della famiglia di chi non può accettare l’incubo del maschilismo, della grettezza della vita scippata, della morte ingiusta, odiosa. E anche di una giustizia che deve fare di più, molto di più per mettere fine a una strage vergognosa.

La scorsa settimana Vera ha salito per l’ultima volta le scale del Tribunale di Catania. C’era l’udienza definitiva del processo per stalking e violazioni di domicilio a carico dell’assassino di Giordana, già in carcere per scontare la condanna col rito abbreviato a 30 anni di carcere.

“Sono 6 anni che salgo le scale di quel tribunale per difendere una figlia scannata dall’assassino, che con premeditazione, crudeltà e 48 coltellate mi ha portato via la mia Giordy, l’amore della mia vita. Volevo che la sua denuncia avesse un giudizio e una condanna. Il processo per otto anni è andato avanti – racconta – Rischiava la prescrizione, i tempi si sono allungati per vari motivi. Abbiamo lottato affinché la denuncia presentata da Giordy fosse ascoltata, giudicata e condannata. L’assassino nel processo di condanna del femminicidio ha avuto l’aggravante dello stalking oltre la premeditazione e la crudeltà . Per lo stato italiano non puoi essere condannato due volte per lo stesso reato e quindi il capo di imputazione viene assorbito perché già condannato. I 3 anni sono stati dati per l’altro capo di imputazione . Questo significa che la voce di Giordana è stata ascolta e che non importa quale sia la condanna perché la nostra legge non fa scontare più di trent’anni, ma una cosa è certa: questa condanna dimostra tutta la verità che mia figlia aveva gridato. L’assassino ha ciò che si merita per i suoi crimini. Non abbiamo vinto nulla, nessuno mi ridarà Giordana, ma abbiamo ottenuto ciò che ho sempre gridato… La verità”.

Natale

E la verità è che Giordana aveva cercato di difendersi dal mostro. Aveva denunciato lo stalking, le violazioni di domicilio, le violenze subite. Ma Priolo non è stato fermato. E come lui tutte le belve denunciate dalla maggior parte delle donne poi uccise e che prima del tragico epilogo hanno anche subito la beffa del dubbio, del sospetto, della sottovalutazione, dell’incomprensione.

“In questi anni è stata uccisa altre 100 volte, è stata denigrata e insultata anche da morta – conclude Vera – Questo processo ha un significato importante per me, aiutare le donne a denunciare e restituire la dignità a mia figlia dopo la morte”.